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Il ragazzo, ancora

Quel ragazzo, ancora

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Colorare il freddo

La sera è un foglio di carta ingiallito che tenta di raffigurare un piccolo paese infreddolito. Come si dipinge però il freddo? Magari con l’aggiunta di qualche foglia che vola, oppure con i passanti che si nascondono nei baveri dei loro cappotti. Si potrebbe aggiungere qualche tonalità di colore più fredda, un tocco di blu magari.

Vi prego, non blu

Ma non parliamo di blu, o il freddo entrerà fin dentro le ossa di questo signore dai baffi appuntiti, evaporando fino a quella spugna color porpora che pulsa e soffre. Fuori, il fiume di macchine della città fluisce distante alla vista come una luce al neon, illuminandosi ogni ora di più, mentre il sole lentamente si accascia sull’orizzonte.

Tutto sembra avere l’aria di un negozio in chiusura per chi torna a casa pensando solo a tenere le parole e i sorrisi in cassaforte fino a domani. C’è chi poi, magari solo per qualche minuto, si incontra con gli amici intorno ad un tavolo colorato da bollicine dorate.

Insomma, tutti hanno in comune un particolare non trascurabile. Sanno dove stanno andando, non possono sbagliarsi. A quest’ora della sera è meglio saperlo. Solo un ristretto gruppo di persone non sa dove dormirà stanotte, quale sarà il loro destino. In quest’ultima posizione si ritrova questo esemplare di S., ora affacciato alla balaustra di un bar dalle insegne blu che dicono

Bar blu, vista sul fiume

Non sarebbe più opportuno sentire cosa ne pensano le forze dell’ordine? Quei signori in uniforme sapranno cosa fare, sono adatti al compito. Però, però, però. Come spiegare poi alla forza pubblica tutto quel pasticcio del corpo del padre e dell’anima scura, del dito tagliato? Ancora peggio, e questa è la domanda che lo sgomenta, cosa direbbero di quell’anima bianca? Rubata ad un minorenne, sottratta senza ritegno. Sarebbe la fine.

La sua fine

I cristalli blu del tavolo sbriciolano quel poco di luce rimasta, facendo a brandelli i riflessi e lasciandoli cadere senza cura sulle scarpe. Così cambio colore, da un marron scuro, divento quasi celeste per un istante.

Là fuori, sotto le scalette di pietra, un hotel che sembra dimenticato dal dio dell’abbandono. Trovare la donna non è stato difficile, può vederne ora la sagoma alla finestra. I suoi occhi socchiusi non lo possono tradire, non possono nulla contro il riverbero del sole che si accomiata. Può dunque guardarla per qualche minuto, come non gli era mai stato possibile prima.

E’ bella, in fondo, seppure quell’aria fredda la renda inarrivabile. Ha deciso di mettere uno di quei teli bianchi sopra il suo volto, sparire dall’annovero dei vivi per potersi dedicare a questo entroterra dai motel dimenticati.

Il suo conto

Dice una voce alle sue spalle, che quasi lo fa trasalire facendolo cadere dal parapetto. Quella si sarebbe una morte grandiosa, con un medico legale a meno di trenta passi, poco più sotto, pronta a constatarne il decesso per improvvisa idiozia.

Certo, certo. Accettate carte?

No

L’entroterra

Com’è ovvio che sia, qui siamo nell’entroterra. L’entroterra è quella fiaba che raccontano ai bambini nelle città, gli stessi che vanno poi a sbattere contro braccia pelose, fucili da caccia e donne con forse qualche pelo in più sopra le labbra ma dal fascino cristallino.

Non ci sono macchine sputa- soldi nelle vicinanze, per quanto i passi si perdano per le viuzze deserte. E ormai è questione di tempo, prima che i pezzi di carta finiscano. Ecco che ci giriamo nuovamente, m-ma-ma quello è il ragazzo.

Il ragazzo, ancora

Il ragazzo, ancora
Il ragazzo, ancora

Un energumeno cammina portando il suo naso a patata come uno zaino incastrato alle orecchie, su per la salita dei gelsomini. Con quel naso sarà stordito dall’odore. Lo riconosco dalle scarpe, le stesse che qui umilmente dispiegano i fatti e gli umori di questo venditore. M. sta lì, affacciata, senza sospettare nulla, aggrappata alla sua espressione triste. S. potrebbe semplicemente fischiare, urlare dal bar, dirle di scappare. Ma chi è lui per lei in fin dei conti? Non è che un altro degli inseguitori, solo più paziente di capire il perché.

Una voce

Poi, come se sentisse una vocina, dietro di sé, ecco che M. si gira. Corre verso il letto, poi nella stanza. Butta due magliette dentro uno zainetto e scappa dalla finestra. Giusto in tempo, mentre il naso a patata bussa forte alla porta. Un bussare che anche da lontano sembra il battere di una scimmia gigante su un vetro. La porta cede, si inchina sui suoi stessi cardini al peso delle scimmie. Il ragazzo va alla finestra, lo sguardo di chi non capisce, la rabbia cieca di uno squalo che fiuti il sangue.

Guarda in alto, i suoi occhi si bloccano su S. che sente piccole gocce di sudore freddo scivolare dietro le orecchie e colare dal collo fino ai piedi. Però non può vederlo, il sole è troppo forte alle sue spalle. Non può vederlo, eppure tiene gli occhi puntati verso di lui.

Non può vederlo

Non può vederlo, ma sembra lanciare un’occhiata tutta d’odio. Come avrà fatto a trovare M.? Deve averlo seguito all’obitorio, deve averlo fiutato. Come ha fatto a non capirlo subito? Deve trovare una soluzione in fretta, deve. Ma cosa?

I piedi di M. toccano terra, corre verso le porte dell’Hotel Blu. Starà andando a prendere la macchina, non c’è tempo da perdere. I piedi sono già piccoli tamburi giù per le scale.

— E la prossima settimana… —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Amore_disperazione_corri!

Corri!

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La fine

Morire è così semplice che nessuno desidera essere il prossimo nella lista. O troppo complicato, forse? È probabile sia solamente la paura di scoprire troppo presto di essere soli, senza alcun appiglio nel mondo.

La disperazione

A volte non si può nemmeno tentare di appigliarcisi da vivi, a questo timore. Sepolti, non-morti in una realtà nauseante e pronti ad inforcare il mono-ciclo delle bugie per fingere di capirci qualcosa. Allegri onestamente più per disperazione si lascia indietro chi, fermo ai margini del nostro immaginario mondo perfetto, ha fatto della disperazione uno stile di vita.

Felicità

Brillante carriera negli studi e lavoro fisso, con un uomo su cui riversare quelle passioni turbolente che spesso vengono scambiate per amore, M. non era certo disperata. Senza dover usare sinonimi, M. fino alla mattina di maggio dell’unico anno in cui nell’isola decise di piovere tutti i giorni del mese, era felice. Una felicità non da film o cartone animato, più la felicità descritta dalla lentezza ed eleganza di un libro.

Amore

Un’allegria spensierata, personale, che vi è impossibile immaginare solo perché M. per voi è solo un nome. Come lo è del resto quasi tutto ciò che vi scintilla intorno e si dissolve tra ombre e luce. Questo nome era innamorato di un tizio dai capelli sempre bagnati di un gel vischioso e dall’odore pungente di pino selvatico.

Il riccioluto

Mai stato amico del pettine, il riccioluto aveva intenzione di usare questa sua peculiarità per entrare nelle grazie di quante più persone del genere femminile gli fosse possibile. Chiaramente queste fantasie di conquista erano ignote alla felice M., tutta presa dagli origami, dal suo studio all’Ospedale Vecchio e un irrefrenabile gusto per l’opera lirica. Quest’ultima passione la vedeva commuoversi davanti ad un farfallone amoroso che viene mandato in guerra, piuttosto che di fronte ad un gobbo e alla sua maledizione.

L’opera

È durante una di queste rassegne di pianto silenzioso, quella in cui un clown si guarda allo specchio per la prima volta, che entra in gioco il caso. O meglio, una serie di casi si incastrano gli uni negli altri fino a formare una catena, un piccolo fiume che inizia a scorrere. Come la pioggia ininterrotta, che da giorni ormai martellava l’isola fuori dalle grandi porte in legno del teatro. Ciò che deve accadere accade, si dice.

Tramuta in lazzi

lo spasmo ed il pianto,

in una smorfia il singhiozzo,

e’l dolor-Ah!

Il fato

E con uno schianto ecco cadere a terra rosso in volto il cantante. Le lacrime erano ancora visibili sulle guance del Maestro, quando il dottore corse sul palco, seguito da un venditore di anime. La gente si muoveva su e giù dalle poltroncine, inquieta, piccole api sorprese dal fumo accecante degli avvenimenti. M. invece non si muoveva per nulla. Mai, mai prima d’ora aveva lasciato un’opera a metà. Seduta, aspettava invano

Ridi pagliaccio

Che però per lei era destinato fatalmente a non arrivare. Lentamente, una sensazione di angoscia iniziava a farsi largo nel petto. Come uno spiffero di aria gelido tra le pareti tiepide dei polmoni, una sensazione strana che alcuni conoscono come crisi d’ansia o d’anima. Doveva uscire da quell’immensa orrenda messinscena. La pioggia fuori batteva ancora forte, ma l’aria era più fresca, respirabile. Neanche l’ombra di api- persone e di quel fumo che le aveva ottenebrato la vista.

Solo qualche passo in più

Per fortuna il teatro era a pochi passi dal suo appartamento, dietro la via con i tre palazzi, in un quarto piano dalle tendine colorate. Doveva aspettarla una stufa a gas per asciugarsi, un libro e chissà, perfino qualche coccola.

Girata la maniglia, invece della stufa, trova due corpi avvinghiati e sudati, tutti tesi a riscaldare l’appartamento con il loro calore umano. Lui era il già citato riccioluto, mentre lei una studentessa dai denti sporgenti.

C’è chi non si è mai ripreso dall’adolescenza, chi non ha mai imparato ad elaborare il lutto e poi c’è M. Per lei e quelle come lei, sarà difficile guardare negli occhi un uomo senza pensare a quell’assurda fregatura che un tempo chiamava amore.

Amore_disperazione_corri!
Amore_disperazione_corri!

E se Arlecchin t’invola Colombina,

ridi, Pagliaccio,

e ognun ti applaudirà

Un senso?

Non si contano da allora i minuti, le ore o i giorni spesi a cercare un senso, senza fortuna. Forse perché contare i minuti non è poi così sensato, quando c’è un orologio che è nato proprio per questo. La mistificazione della perfezione, la decisa convinzione di essere finalmente dalla parte giusta del muro, crolla come in un secondo 1989. O, più semplicemente, come un castello di carte. Si apre una finestra e l’intera impalcatura collassa.

Quasi un anno dopo, sul tavolo della dottoressa M., ora medico legale di un piccolo paesello in provincia del nulla, viene collocato il corpo di un dottore con la carotide recisa.

Ed era come sempre, come da giorni ormai, immobile

Sveglia!

Nulla, dal comodino non so dire se stia dormendo, piangendo o pregando in silenzio

Sveglia!

So solo che l’anima nascosta nel mignolo reciso prova a scuotere il torpore

Ed era come mai prima, scossa, persa tra pensieri non suoi

Sento un fruscio, ecco le coperte si spostano, facendo spazio alla sua sagoma. Con un fruscio le lenzuola cadono a terra e due mani mi stringono, riflettendo sul quadrante una faccia incredula. Ebbene si, sono ancora il contatore del tempo, l’enumeratore dello scorrere lento del reale.

Il viso diventa sbiadito mentre il suo alito caldo mi fa perdere lucidità. Le mani, proprio le mani tremano e mandano la sua figura ancora fuori fuoco. Non sono certo occhi i miei che la osservano, ma sono comunque qui come un frammento di realtà. A volte da buon orologio da polso vorrei sapere se esisto davvero, se sono davvero in qualche luogo adesso e se le storie che racconto abbiano per chiunque un minimo senso. E se mai il tempo stesso ne abbia uno.

Ben svegliata, dobbiamo parlare

Ecco la voce provenire ancora dal piccolo panno colorato di sangue sulla sponda del letto. Due mani di donna tremanti l’hanno lasciato cadere. Le stesse che ora mi tengono stretto, come un antico legame con una realtà scomparsa. L’ultimo secondo dell’ora notturna passa inesorabile, lento ed elegante.

Tac

E dunque non mi parlerai?

Gli occhi rossi sembrano guardare lontano. Quella voce, quel panno macchiato sul letto non sembrano essere reali.

Poi

Chi sei?

Bene, sei viva!

Esclama il panno intriso di sangue del dottore dalla sponda. Per poi continuare, poetico

Sono un’anima rubata, regalata, rubata ancora. Sono il malsano tributo riservato dagli uomini a chi non considerano esseri degni di scelta. Il mio destino era chiaro, coerente. Ora mi ritrovo a pezzi, insanguinato, ai piedi del letto di una donna che crede d’essere impazzita

Tic

Perché hai scelto me?

Tac

Ecco finalmente una domanda cui saprò rispondere. Nella stanza c’eri solo tu quando mi sono svegliata

Tic

— La prossima settimana… Il Ragazzo, ancora —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Umano_Human the restaurant

Umano

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Il ristorante

Cibo vero?

Tra un tavolo e l’altro si possono contare tre passi. Ogni tavolo è di legno, quadrato e con una piccola tovaglietta e una piantina di plastica coperta da un sottile strato di polvere. Due passi e S. taglia il fiato a metà con le labbra arricciate, inorridito da tanto rumore umano. Piedi calzati da scarpe da ginnastica sporche di terra invadono la sala muovendosi tra i tavoli, mentre le bocche intessono conversazioni disciolte le une nelle altre fino a non distinguersi più l’una dall’altra. Un brodo umano fatto di poca pasta e tanto sapore. Discussioni accese, denti ingialliti dai troppi caffè e dalle coppe di vino della casa.

Tracce

Tutti con un sorriso tracciato tra le rughe del volto, molto più profondo di quanto si pensi. Alla morte aprendo il viso di un essere umano si possono leggere più cose che nel suo diario più intimo. Se ad esempio troppo spesso ha dimenticato come sorridere, questo sarà avvertito nella mancanza d’uso dei suoi muscoli facciali. Mentre chi corruga la fronte più del necessario vedrà quei suoi muscoli forti e in forma, lasciando una traccia inconsapevole se uno desiderasse leggere quel capitolo della sua vita. Le rughe dunque fiumi, strade invisibili, passaggi naturali ed obbligati per accedere alle passioni.

Un nuovo mondo

Visi rossi, rubicondi, scollature che brillano di sudore e braccia tatuate elevano gorgheggi, pizzichi di risate sbottando sugli schienali di legno delle sedie in stile Caino e Abele. Troppo, per chi ha camminato fino a ieri su pavimenti lustri di cera, bianchi e insonorizzati.

Addio piccolo Cherubino. Come cangia in un punto il tuo destino!

La folle journèe

Si, sembra proprio una giornata folle, iniziata in un vagone della metro, continuata fuori dalle ombre dei palazzi, su un altro treno un po’ più rumoroso del primo. E ora la campagna, il luogo scoperto dal sole e ricordato dai cittadini solo quando le nuvole scure delle macchine diventano una maschera irrespirabile. Poi due scalini e via, fuori, alla fermata.

Stazione centrale di T.

Sembra tutto sotto controllo, per ora. Però la fame e la sete sono fratelli sodali, si scambiano qualche gorgoglio nello stomaco e tirano le budella fino ad annodare la gola.

Cherubino alla vittoria! Alla gloria militar!

Inizia la battaglia per la sopravvivenza. Un ultimo passo verso la trincea, il contatto umano. Quello vero, quel tocco che solamente i bipedi forniti di naso e dita dal pollice opponibile sanno creare. Parole.

Salve

Un bisbiglio sonoro udibile solo dalle tre mosche che si prudono il muso in attesa di attaccare una mollica di pane su un tavolo lì accanto.

Salve

Stavolta più forte, tanto che il richiamo non può sfuggire all’animale- oste, spaventando i tre insetti che si allontanano di malavoglia dal pasto croccante. L’uomo dal naso bitorzoluto e senza un orecchio propone un cavernoso

Uh

Come risposta. È già qualcosa, comunque. Sento i passi che indietreggiano fin quasi ad inciampare. Sono un paio di scarpe preda del delirio di un paio di piedi insicuri.

Potrei avere un tavolo?

Ora la voce del venditore si fa più sicura, il sopracciglio si incurva il tanto giusto da diventare imperioso. Lo sforzo comunicativo è imponente. L’attesa per la risposta passa attraverso una serie di stadi intermedi di comprensione del cervello primitivo dell’oste mono- orecchio.

Uh

Insieme ad un cenno del capo sembrano voler indicare un tavolo piccolo, rotondo, perciò diverso dagli altri quadrati che riempiono la piccola sala rumorosa.

Si, un altro mondo

Certo, non è il bianco materiale asiatico cui ci si era abituati, ma bisogna ammettere che l’oste ha fatto certo del suo meglio per trovargli una sistemazione adeguata. Sul tavolo troneggiano una piantina di plastica morta e un posacenere- noce- di- cocco. Seduto, in mezzo alla confusione, lo sguardo sicuro del domani si perde, girovagando e rimbalzando tra le bocche trita- cibo e le conversazioni trangugiate in tutta calma.

Chi ha ordinato?

Non credo abbia ordinato, eppure di fronte a sé appare un piatto fumante che sembra contraddirmi. Forse è un ordine silenzioso, come dire

Faccia lei

A volte basta un’occhiata per risolvere queste situazioni. In fin dei conti la fame sta bussando sonora alle porte dello stomaco e dunque questo pasto è più che abbastanza.

La gamba sinistra non fa che balbettare il suo nervosismo nella lingua muta degli arti inferiori, avendo come unico effetto il farmi sentir parte di un enorme singhiozzo

Salve

Umano_Human the restaurant
Un cibo umano, al ristorante

E come ogni singhiozzo, sembra aver bisogno di un piccolo spavento per arrestarsi. Un signore dai calzini fucsia e dalle unghie pulite guarda dritto negli occhi S. aspettando una reazione.

S. Salve

Non si riesce a capire se questa Esse sia parte del nome o ancora del balbettio singhiozzante che dagli arti inferiori ha deciso di rigurgitare alle labbra. Che sia una presentazione spicciola?

Posso sedermi qui con lei?

S- Si accomodi

Non credo sia una presentazione. Sembra più il balbettio.

Si trova a suo agio?

La voce è profonda, come portata in superficie da un secchio di legno marcio e una carrucola arrugginita.

S- Splendidamente

Eppure ha una faccia

Oh, le assicuro che tutti ne abbiamo una

Non ha tutti i torti. Però sembrerebbe che la sua abbia visto cieli migliori

Il rumore delle conversazioni, del cadere delle forchette nei piatti, i brindisi e i pianti dei bambini rendono questa conversazione quasi sospesa, surreale.

La verità è che questo per me è un mondo strano, sono un alieno. Vengo dalla metropoli

Ah ecco, mi sembrava

S. e sono un venditore di anime

Sporge la mano dall’altra parte del tavolo. Non conosce tanti altri modi per presentarsi, in fin dei conti è appunto solamente un venditore.

Chi?

Un venditore di anime, anche se ormai non so più…

Ma no, dicevo il mio nome è K.I. Cappa- I.

Oh, mi perdoni… E cosa fa lei di mestiere?

Sono un mediatore

Un mediatore? Tra chi?

Tra ciò che lei sa e ciò che vorrebbe scoprire

Mmm un venditore di lampade e nasi, dunque

Solo nasi, per la verità. Le lampade le lascio a lei

Anche lei dunque non è di queste parti

No, prima non tolleravo più il frastuono, ora mi fa impazzire la quiete

Interessante

Senza difese

Tutta questa conversazione, questo parlare, ha quasi distrutto le difese di questo signore dai baffetti appuntiti. In tutto questo caos, chi può mai essere un signore tanto distinto e allo stesso tempo dall’aria così feroce?

Ma certo, come non averlo intuito prima. Occhio attento, mascella serrata, un grosso pugno grande quanto un pompelmo. Può essere solo un poliziotto. O un cercatore di tracce.

Si alza lentamente, lasciando scivolare un biglietto da visita sulla tovaglia a quadretti.

Sa dove trovarmi, buon appetito

E prima che S. possa rispondere, è già un’ombra che scivola silenziosa e invisibile fuori dalla porta.

Sul tavolo, il piatto non fuma più.

— La prossima settimana… Amore, fuga, disperazione! —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

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Secondo capitolo: Il viaggio delle anime

Secondo Capitolo

Anime (Vive)

Morte, anime, fuga e verità

Sono tante le parti di questa storia che, come un puzzle sofisticato in bianco e nero si scambiano e sembrano non incontrarsi mai. Flashback che ci vengono raccontati da una nonna in lacrime, uffici suicidi e anime nascoste in mignoli mozzati.

Una storia di anime?

Pian piano iniziamo a capire che la storia in sé non gira intorno alle anime, ma a chi ne tradisce la vera essenza. Le anime non sono altro che un’energia che sostiene il nostro mondo, lo racconta, struttura e al tempo stesso ne è la forma.

Una storia di desideri

Il desiderio di S. è quello di avere indietro la sua anima. Sperava un giorno di avere l’anima di suo padre, un suo regalo. Il suo desiderio di carriera, insieme a questa speranza, dovranno fare i conti con la realtà. Il ragazzo, spinto dalla verità misurata dalle labbra morenti della nonna, non potrà che cercare vendetta per la sua occasione perduta. M., dal canto suo, è il più disincantato dei personaggi. Non vuole immergersi nel mondo, non più. Anime, corpi in putrefazione o canto degli uccellini, tutto fa parte di qualcosa per lei alieno. Eppure il fato, sotto forma di un’anima, la strapperà a questo sogno lucido.

La fuga

Infine, una fuga a tre. Una fuga di anime e desideri, che ci porterà in un viaggio inaspettato. In una terra delle anime in cui si piantano ancora i sogni, si bevono caffè e si mangia nei ristoranti.

Il secondo capitolo

Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
  1. La premiazione
  2. Nella notte
  3. Il corpo e l’anima
  4. Trovalo!
  5. Quel ragazzo
  6. Vendetta
  7. La piramide
  8. Bu
  9. Il paziente delle 8.05
  10. La dottoressa
  11. Un corpo che… parla?
  12. Il cappello
  13. Passi

Non hai ancora letto il primo capitolo? Leggilo ora!

The meeting between S. and the boy

Passi



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Riverberi

I suoni si scoloriscono in lontananza, un quadro che fluttua tra i sogni di un artista ubriaco di vita. La bottiglia gli cade dalle mani e produce un suono.

P-asc-ch

The hat_ il cappello

Il cappello

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Al mercato

I mercati sono colorati, colmi di quel vociare che non tutti sanno riprodurre, che so, in un film. Per alcuni basta ripetere

Rabarbaro

A corpse that... un corpo che...

Un corpo che… parla?

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Un corpo

che

parla

Lei ci crede nella reincarnazione?

M. il medico_ The doctor

Il medico

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Sono un umile orologio da polso

Il tempo

Il tempo non è altro che un ritmo. Più ingombrante lo spazio, più sarà semplice vedere questo movimento dilatarsi fino quasi a dissolversi del tutto. Qui, dunque, in questo mini spazio controllato, il tempo risulta essere minuto, piccolo. Un nano di tempo, nel grande circo di luci e pianeti. Non si fa in tempo ad aprire una porta ed ecco che qualche secondo sembra volare via, insieme con qualche corpo bianchiccio o giallognolo.

Il paziente delle 8.05 the patient

Il paziente delle 8.05

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Una paziente certezza

Tra le poche sicurezze che potrete in qualche maniera procurarvi nella vostra esistenza, credetemi, è d’uopo aggiungere le 8.05 del mattino di ogni lunedì. In una casa dai mattoncini rossi e dal vicinato alquanto chiassoso, un allarme attende un impulso elettrico per farsi sentire. Per cantare, per essere più precisi. Per intonare con voce metallica una vecchia canzone di Claudio Villa,

Bu, l'ufficio_ the suicide office

Bu

L’ufficio suicidi

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Le luci della verità

Le scale riflettono una luce giallognola, eppure oggi sembrano bianche e lucide come non lo sono mai state, agli occhi di S. Anche le ombre si colorano, quasi scelte ponderate in una tavolozza di sfumature di luce. I piani si susseguono gli uni dopo gli altri, tutti uguali. I passi si fanno leggeri, sicuri come non lo erano ormai da tempo. Proprio come quando i miei lacci si annodano e sembra impossibile poterli liberare. Poi, dopo qualche minuto di paziente lavoro delle dita, un ultimo piccolo strattone e sono pronti a tenere insieme le scarpe. Ancora e ancora, la vita annodata di questo bell’uomo dai baffi ben temperati, dopo qualche settimana di dolore e di smarrimento, si ritrova libera. Un piccolo strattone e vede nuovamente i colori e una piccola luce in fondo al suo cannocchiale.