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Il treno_the train

Il treno



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Sono un treno

Sono un treno. Una pancia d’acciaio che si lancia rumorosa sopra dei pattini immensi. Un tempo essere l’anima di un treno non era così facile, tra tutti quegli sbuffi, quel fumo nero nauseante e i sobbalzi. Oh, odio i sobbalzi! Ora, sono davvero silenzioso. Solo qualche suono immancabilmente mi fa ripensare alla mia vita precedente. Una vita anch’essa di metallo.

Una macchina da scrivere

Ero una macchina da scrivere, con tanti tasti orgogliosamente lucenti, scrutati da uomini baffuti. Ho visto lettere importanti, perfino libri. Uno lo ricordo bene, iniziava più o meno così:

In una radura, giusto dietro la foresta oggi nota come il bosco al contrario, fu stabilito un triste primato. Un primato di morte. Se siete stati tanto arditi da cercare questo libro e tanto sconsiderati da aprirlo, potrete finalmente scoprire cosa accadde quel 23 di luglio.

Si, ricordo bene quella data, il 23 di luglio. Non che io l’abbia mai aperto,il libro. Semplicemente ero l’inchiostro che per primo ha messo quelle parole su un foglio. La fredda macchina, i tasti sui quali dita grassocce passavano il tempo. Mi accarezzavano e toccandomi mi raccontavano il mondo, là fuori. Un po’ come fanno tutti quei chiacchiericci delle persone, ora che sono un treno.

La storia

Il Governatore, dovendo dare nuove risorse ai militari, decise di procurarsi questi mezzi in un modo alternativo. La guerra, oh la guerra! Ha sempre portato l’essere umano ad aguzzare l’ingegno.

Società senz’acqua hanno scoperto come procurarsela facendo scorrere fiumi di sangue, mentre altre hanno reso deserto il mondo da loro conquistato. È storia e nessuno ve la potrà raccontare meglio di una massa di scheletri di umani e cavalli accatastati insieme. Un abbraccio collettivo che solo la morte apparentemente sa creare.

Un’idea

Il Governatore H., non trovando alternative, decise dunque di escogitare qualcosa. Se c’è infatti un settore che non va mai in rovina durante la guerra, quello è il settore dei secondini delle carceri. E se c’è un secondino, ci deve per forza essere qualcuno recluso.

A volte si tratta di prigionieri di guerra, rei solo di essere cascati dalla parte dura del letto. Altre volte è il caso di ometti adatti a sopravvivere commettendo piccoli crimini, fino ad arrivare a chi è colpevole di omicidio o peggio ancora, tentato suicidio senza licenza. Ma torniamo a noi.

Il bosco era definito all’epoca semplicemente

Foresta di funghi

Per la peculiarità tutta particolare di produrre alberi dalle fronde rigogliose e rigonfie, proprio come dei funghi.

Acqua!

Dietro la foresta una pozza d’acqua era il segreto di questi arbusti così rigogliosi. Crescevano e crescevano, regalando ombra durante l’estate a tutti quegli animali che non amano vagare legati al guinzaglio. Quella pozza d’acqua non passò inosservata al Governatore, che pare abbia esclamato

Bene, se c’è dell’acqua ci sarà una fonte, una falda!

Scavate!

Diede incarico dunque a dieci prigionieri di scavare un pozzo. L’idea era semplicemente di poter avere acqua a sufficienza per il reggimento accampato poco lontano. È davvero difficile dare da bere a un esercito intero. Dopo tre giorni di scavi, il pozzo fu pronto. A tempo di record. Ma non è di questo che parlava il libro. E non era l’acqua il primo pensiero di H., il Governatore.

Record

Se si parlasse di un record di pozzi, quello sarebbe stato un manuale di geofisica, mentre si trattava di pura animisica.

Dunque, quando il pozzo fu finalmente terminato e la sua bocca alta tre metri, tutta di pietra, posta sulla sua bocca generosa, il Governatore svelò la sua intuizione.

Un preambolo

Immagine realizzata da Gabriele Manca, Dmq productions, per la storia Anime vive di Daniele Frau

Si parlava ormai da qualche anno degli studi sulle anime. Le ricerche del dottor K. avevano portato a risultati sorprendenti, ma nessuno aveva mai trovato il modo di estrarre un’anima. Il primo che ci fosse riuscito avrebbe sicuramente superato tutti gli altri nella disperata corsa al progresso.

Un piede nella storia

Così, affascinato dall’idea di intrufolarsi all’interno di un libro di storia, il Governatore chiese di portare una gabbietta con dentro un uccellino e agganciarla alla bocca del pozzo. La richiesta fu così stramba da attirare le più basse risposte da parte dei soldati

Ma guarda questo vecchio cosa vorrà combinare

Ha detto proprio che voleva un uccello, un uccello in gabbia?

E tutti giù a ridere

Non che il Governatore H. non sapesse di questi commenti, ne era pienamente cosciente. Sapeva anche che nessuno di quei poveracci aveva mai aperto un libro di animasofia o animisica, pertanto non potevano conoscere una frase, scritta di proprio pugno da K., durante la strage del Corno:

Oggi ho potuto appurare qualcosa di straordinario. Mentre mi apprestavo a pesare i corpi di circa 120 individui per calcolare esattamente il peso ordinario di un’anima, ho notato qualcosa. La scienza procede per tentativi ed errori, ma spesso è indubbio che la mano del fato sia ciò che è in grado di illuminare la mente di uno scienziato. In questo caso, la mia mente è stata illuminata da una gabbia e da un piccolo esemplare di canarino comune. (…)

Ho potuto vedere ad occhio nudo un’aura grigia fuoriuscire dal catasto di corpi posti nella penombra del Corno. La forma e il volume erano come di una piccola nuvoletta di fumo che esce da un camino. (…)

Si è precipitata verso la gabbietta del mio povero canarino, bloccando di colpo il suo bel canto. Per qualche istante il corpo è rimasto immobile, come in equilibrio, mentre quella nuvoletta gli girava vorticosamente intorno. Poi, come se avesse perso interesse, la nuvola grigia è volata via, lasciando dietro di sé un corpicino senza vita

Illuminazione

A parte il tono pedante con cui la vicenda fu descritta, fu come quell’anima era stata attirata da un comune volatile ad accendere, anzi per dirla come K., ad illuminare la mente del Governatore. Decise dunque di installare la gabbietta sopra il pozzo e chiese di buttarvici dentro uno dei prigionieri.

L’acqua è un bene prezioso

Non volendo sporcare l’acqua, molto più preziosa del prigioniero e della sua anima, ordinò che gli venisse legata una corda al collo. A nulla valsero le urla e le preghiere del prigioniero, un pover’uomo con l’unica colpa di esser cresciuto dalla parte del confine sbagliata. Fosse nato qualche metro più in là, sarebbe stato uno dei carnefici, in questo momento.

Silenzio

Dopo che l’uomo venne gettato nel pozzo, legato alla fune, ci fu silenzio. Immaginate cosa potevano mormorare i soldati chiamati a controllare la situazione, terrorizzati. Era un’estate torrida e si trovavano nel bel mezzo della radura. Erano passati ormai tre minuti, quando il cinguettio del canarino si fece più forte, concitato, quasi impaurito.

Ciiip Ciiip Ciiip Ciip Cip C

Di colpo il canto cessò e gli occhi attenti del Governatore poterono notare, come scrisse poi lui nelle sue memorie

Una piccola nuvola, come di vapore, color grigio scuro. Essa girava vorticosa intorno al corpo ormai senza vita del canarino. Allora era vero! Fu allora che decisi di intervenire.

E presa una spessa coperta, la buttò intorno alla gabbietta e la tirò giù dai cardini cui era fissata. Corse al Quartier Generale tenendo al gabbietta ancora tra le mani tremanti. Avrebbe aperto la coperta solo nel suo ufficio. Poteva essere solo una follia, ma era necessario fare un tentativo. E certo non aveva nessuna intenzione di rendersi ridicolo agli occhi dei soldati in caso di fallimento. Chiuse la porta e accese solo una piccola luce gialla sul suo tavolo da lavoro.

Chiusi la porta e accesa la luce del mio tavolo da lavoro, posai la coperta con la gabbia per terra. Potei sentire il piccolo corpo morto dell’uccellino ricadere su un lato. In quel momento avevo quasi perso le speranze. Mi dissi che ero solo un visionario, un matto, che mi ero immaginato tutto. Sapete quali nefandezze siamo in grado di dirci noi stessi. Siamo i nostri peggiori nemici. Eppure, dopo aver svelato la coperta, potei vederla chiaramente. Un’ombra grigia era rimasta intrappolata all’interno della gabbietta. Era quasi impercettibile, le ombre della stanza quasi la soverchiavano. Eppure potei vederla chiaramente. Nel giro di qualche secondo era già nell’aria, dove svanì sotto i miei occhi attoniti.

Il Pozzo

Tornato al pozzo, il Governatore decise di ripetere l’esperimento, ma su scala più larga. Venti prigionieri e venti piccoli uccellini vennero posizionati in una lugubre fila che arrivava al pozzo. Uno dopo l’altro cadevano impiccati dentro il pozzo e uno dopo l’altro le gabbie diventavano silenziose e una coperta vi veniva gettata sopra.

Il 23 di luglio

L’esperimento venne ripetuto poi con 1200 prigionieri. Era quello il famoso 23 luglio. Quel giorno fu la vera rivoluzione, da quel giorno intorno a quel pozzo venne creata la Prigione delle Anime.

Un testo così, come dimenticarlo?

E oggi, sopra la mia pancia di treno, siedono centinaia di uomini e donne. Tra questi, due uomini e una donna, che nulla o quasi sanno l’uno dell’altra, ma diretti verso lo stesso luogo. La donna non sa di essere seguita e non si agita più di tanto. Si muove tranquilla, controllando di tanto in tanto una tasca insanguinata.

I due uomini mormorano, qualche fila più indietro:

Ma come hai fatto a trovarla così in fretta?

Sono un cercatore di tracce, no?

Hmpf

Ho le mie fonti. Tranquillo, ormai prenderle l’anima sarà un gioco da ragazzi. La terrà sicuramente con sé, in qualche scatolina da donna

Hmpf

Ho come l’impressione che l’anima la stia guidando. Tu stesso mi hai detto di averla vista scappare dalla finestra, come se qualcuno l’avesse avvisata. Bene, se non si è ancora accorta di noi, vuol dire che siamo al sicuro ormai

Hmpf. E come faremo ad entrare?

Lascia fare a me. Useremo lei come esca

Hmpf

Credimi, andrà tutto per il meglio

Hmpf

La Foresta

Io sono solo un treno, ma i due uomini che confabulano non sembrano essere i migliori compagni di viaggio per questa donna. Ecco spuntare la foresta. Siamo al capolinea. Da qui in poi è vietato passare. Si può solo decidere di scendere e prendere un aereo leggero, sorvolare dall’alto la parte Ovest della foresta. Fuori, alla stazione, il solito dispiegamento dell’esercito controlla che non passi nessuno nella parte Est. Certo, un esercito a difesa di una foresta, che bellezza!

I tre scendono dal treno, si perdono tra la folla, ora sono parte della foresta di gambe e braccia che non ha confini. Né forma. Solo direzione.

E io, pancia a terra, mi tuffo sui miei pattini d’acciaio e sparisco. Dietro montagne, lontano da questi alberi, verso città di fumo e cemento. Dove vivono i treni.

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.



Sotto il cappello_under the hat

Tradimento!

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Sotto il cappello

Sono giorni ormai che non si sente più alcun rumore nell’aria. Dalla stanza, la luce fioca di una lampadina sembra diventata un modo per sprecare energia, più che illuminare davvero. I passanti non sembrano volere la nostra macchina parcheggiata qui.

In attesa

Sarà questo ragazzo, sarà che indossa un bel cappello, ma davvero credo manchi poco prima che chiamino le autorità. L’attesa diventa snervante ogni minuto che passa.


Puc Puc


Fuori dal finestrino, un uomo dai lineamenti duri. Uno di quelli che non ha mai dovuto sentirsi preda in tutta la sua vita. Occhi incavati come a volersi proteggere nel cranio, fronte spigolosa, sembra avere tutte le caratteristiche giuste per sopravvivere in questo mondo.

KI

Sicuramente per incutere paura bussando ad un finestrino di una serata gelida. Perfino con delle mani ben curate.


Puc. Puc.


Questa volta i due tocchi sono separati da una piccola pausa. Come se attraverso i pugni volesse comunicare impazienza.


Hmpf


E il ragazzo apre finalmente il finestrino. Io forse avrei messo in moto e sarei scappato, fossi stato in lui. Però il mio ruolo è di essere un cappello e di proteggere dal vento e dalla pioggia. Cosa posso saperne io di finestrini e pugni?

Il fresco della notte


L’aria ventosa si precipita non invitata nell’abitacolo, rendendolo immediatamente simile ad un frigorifero. Manca la frutta, la verdura e tutto quello che di solito si mette dentro un frigorifero. L’aria sembra risvegliare il ragazzo, che ormai aveva quasi perso le speranze.


Salve


Dice la voce cavernosa dell’uomo dall’aspetto poco mansueto. Non arriva alcuna risposta, se non un battito di ciglia e un’occhiata annoiata da parte di questo cranio perfetto che mi indossa.


So qualcosa che lei non sa


La voce si è fatta stranamente meno cavernosa.


Hmpf

In macchina!

Sotto il cappello_under the hat
Sotto il cappello_under the hat


Ah, quanta loquacità! L’altro la scambia per un invito, così apre la portiera e si siede in macchina. Non dall’altro lato, come farebbe ogni persona che per la prima volta salisse in un’auto sconosciuta. Si siede nei sedili di dietro, cosicché il ragazzo per poterlo guardare negli occhi deve decidere. Girarsi di tre quarti o dare un’occhiata allo specchietto.

Il sedile di pelle fa dei rumori buffi, mentre il torvo visitatore si sistema. Però nella sua voce non c’è proprio nulla di buffo.


Sono un cercatore di tracce


Hmpf


Sono abbastanza bravo a cercare tracce


Hmpf


Sono il motivo per il quale lei se ne sta seduto qui a guardare come un’ebete una lampadina in una stanza vuota. E la persona che cerca ha cambiato già due volte l’ora nel suo orologio.


Vuota?


Tuona la voce del ragazzo sotto il naso. Incredibile a dirsi, a volte basta una parola sola per attivare un intero vocabolario di reazioni. Stavolta decide di girarsi di tre quarti e i due nasi si ritrovano quasi ad un naso di distanza.

Possono sentire entrambi l’odore di caffè rancido e poca igiene dentale. La parola scivola via dalle labbra prima che lui stesso possa sorprendersi di saper ancora articolare qualcosa di più complesso di un “hmpf”. La voce da basso, rauca come un borbottio di un vecchio, continua.


Vuota, si. In breve è il motivo per cui sono qui, fare in modo che lei trovi sempre una pista sbagliata, mentre le sue prede sono a chilometri di distanza. Le è piaciuta la bicicletta?


Dove?


Prima di tutto le potrei dire perché, sarebbe più semplice

Una cosa alla volta


Da un viso così duro, da una voce così bassa, non mi sarei mai aspettato che desse del “lei” alla mia testa. Ciò mi sconcerta. Un uomo così grosso e senza neanche un cappello! Ma eccolo continuare, con quella voce che sembra un nastro registrato, gracchiante.


Abbiamo un amico in comune.


Chi?

S.

Non è mio amico.

Oh, certo, certo. Eppure so che vi siete incontrati e lui sa che lei lo sta inseguendo

Cosa vorrà?

Quante cose che sa, quest’uomo senza cappello! Ovvio che tutto questo sia sospetto. Gli occhi della mia testa perfetta si girano e iniziano a guardare avanti, come pronti a terminare la conversazione.


Anche lei vuole la mia anima?


No. Sono più interessato al luogo in cui la sua anima è diretta


Hmpf


Hmpf davvero

Silenzio

Qui il silenzio cuce qualche rumore intorno a questi due uomini che si guardano allo specchio. Uno di questi rumori è un cane, un altro è un gatto che salta da un cestino dei rifiuti. Chissà perché poi i gatti facciano sempre cose demenziali, poi.


Sono diretti alla prigione delle anime


La prigione delle anime!


No, questa poi. I gatti son si demenziali, ma almeno sono belli, eleganti. Perché mai due uomini dovrebbero saltare dentro quel cestino che altro non è la Prigione delle Anime? Dai, su, avete due cervelli, escogitate qualcos’altro.

Quel posto è una mostruosità, se non addirittura un’idea, un non- luogo. Come se la prigione di un uomo non fosse il suo stesso corpo, le sue illusioni e le sue palpebre. Quali anime potranno mai trovarsi in quella prigione?

Sotto il cappello, sconcerto

Non ho mai visto questo ragazzo così sorpreso, le pupille così dilatate da sembrare gli occhi di un gatto. Appunto.
Il vento muove le punte delle piante ben ordinate nei giardini. La lampadina è ormai spenta, nella casa, mentre questi due uomini procedono silenziosi nelle strade deserte. Poi l’uomo dalla faccia truce rompe l’indugio.


Solo il medico sa dove sta andando, S. lo ignora e questo potrebbe essere un vantaggio per lei. Mi aiuti a raggiungere la prigione e avrà la sua anima in un piatto d’ottone


D’argento


Si, certo. Ci siamo capiti. Gira qui a destra e fermati davanti alla casa


L’auto si accosta scricchiolando sui sassolini. Fuori dal finestrino, una casetta di campagna, di quelle per pastori o amanti della solitudine. O fuggiaschi.

Una casetta


Qui è dove si trovavano fino a qualche sera fa, prima che prendessero il treno


Andiamo, non voglio sprecare altro tempo. Perché hai aspettato tanto prima di contattarmi?


Bisogna lasciare un po’ di vantaggio alle prede, se si vuole prenderle di sorpresa


Umpf

Bom, Bom, Bom


Una campana suona da qualche parte, le fronde degli alberi ballano vibrando nell’aria, mentre due uomini si lanciano nell’oscurità, in cerca di un treno notturno. Uno di loro ha un piccolo sorriso sotto il cappello. L’anima è vicina.

— Leggi l’ultima parte del terzo capitolo, Il treno!–

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

La biblioteca

La biblioteca

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Rettangoli di carta

Era un’infinità di tempo che la vita non osava, perlomeno, tentava di rendere qualche goccia di quella rugiada un torrente gorgogliante, un fiume fluido e florido. Una goccia però, sfuggendo al fato, sa sempre cadere in una riserva secca, chiamando altre gocce prima che il sole si accorga del misfatto.

Carta bagnata

Con estrema cautela questo sorso di esistenza imprevedibile sfugge rendendo la foce del corso d’acqua un passaggio al mare. Pesci differenti, tartarughe marine, coralli perfino. Quanta pazienza bisogna avere per attendere che tutto ciò accada. La stessa pazienza che si legge nello sguardo da dinosauro in ritardo della grossa tartaruga che segue la corrente.

Alla foce

Dunque è proprio lì, alla foce del nostro fiume, prima che si incontrino nuovi e misteriosi compagni di viaggio, che si decide il proprio destino. Quel gocciolare isolato è diventato finalmente una storia, un cammino da intraprendere.

Sul treno


Ora, cullata dal movimento del treno, M. sogna di essere nella pancia di un enorme serpente del deserto. Mi guarda, sorridendo per la fortuna che gli è toccata in sorte. L’ultimo treno è questo e non si sfugge, per ora è al sicuro. Ecco l’ultima fermata, fuori diventa buio ad ogni istante, il treno


dakadakadakadakdadakakakakakakaakakssssss


si ferma con il suo celebre tossire.

Luoghi remoti


Ci sono luoghi remoti, giusto dietro gli altari magici che vengono costruiti per connettersi e disconnettersi la coscienza. Qui si trovano i tipi più solitari, ma anche macchine di piccola cilindrata in cui con i finestrini aperti personaggi senza tempo ascoltano le partite di pallone. Sui muretti, da qualche parte là intorno, voci spensierate e mani sottili conversano dando pareri senza filtri, di quelli inadatti perfino ai bar più rumorosi.

Umanità

Si trovano questo genere di persone nei pressi delle stazioni, nei grandi parchi, nei concerti con le magliette larghe e i jeans. Questi funghi qui trovano il loro sottobosco ideale in cui crescere e nutrirsi. Tra queste gocce di cemento ecco camminare un’ombra obliqua, tagliata in maniera rozza dall’ultimo sole del giorno. Si allunga fino a toccare i capelli di una ragazza intenta a disegnare una cupola di trecento anni fa seduta con la lingua di fuori sul prato. La ragazza, non la cupola.

Velo d’esistenza

Eccola continuare il suo cammino, quest’ombra ora quadrata, ora oblunga, eccola sorpassare un muro e poi un altro, scavalcare una strada senza più ombre. O luci. Sembra scomparire fino all’ombelico della terra, dentro la pancia misteriosa che ci ospita paziente da tanto tempo. Poi, una luce fioca avvisa


Tavera- carne


Ed ecco l’illusione della realtà. Nuove ombre, stavolta colorate di rosso e giallo, definiscono i contorni così come le aspettative. Leggi taverna e pensi


vino


Poi leggi carne e pensi


Fuoco, legna, caldo


Tutto ciò che in questo momento della giornata sembra essere solo un miraggio. Invece, poi, accade. Le mani spingono forte la porta che separa il vino, il fuoco, la legna e il calore dal freddo della sera che avanza scivolando silenzioso dietro il sole distratto.

Luce

Un vortice di luce rende ciechi per un attimo quegli occhi abituati al buio, alle ombre, stanchi dopo giorni di corse senza riposo. Essere braccati ha i suoi pro e contro. I pro di sicuro sono quelli che illuminano di più le vite degli ottimisti. Quando però si ha sonno e fame, si notano solo i contro.


A pochi passi dalla pesante porta di ingresso quattro braccia robuste si interessano del nuovo venuto. Nessuno nota il suo orologio. Se lo facessero, potrebbero constatare come continuo a calcolare tre ore di differenza. Non è una mia colpa, non posso regolarmi, so di essere sbagliato, o meglio corretto ma in qualche altra longitudine.

Un umile orologio


Potrebbe darsi che non sia poi così difficile ignorarmi, per quanto sia invece semplice notare questa donna misteriosa che, sebbene stanca, porta con sé tutto il fascino possibile. Alta e dai capelli corti, un polso sottile e le mani morbide e lisce, non è certo di queste parti.

È una forestiera e non se ne trovano poi tante qui intorno. I passi sicuri danno un ritmo agli occhi che la osservano. Quattro, come le braccia, attenti a non perdere un particolare di quella forma longilinea che li supera e chiede


Potrei avere un bicchier d’acqua e un panino, grazie?


Un panino…


Uno qualsiasi, ho poco tempo e troppa fame


Certo. Desidera un amaro, un caffè?


Un amaro, uno qualsiasi


L’uomo dall’altra parte del bancone ha un viso di quelli che si dimenticano in fretta. Potrebbe lavorare come spia o come modello di medicine contro le emorroidi. O magari un pescatore solitario in attesa di essere ucciso da un assassino. Un viso non simpatico, non antipatico, uno sguardo che non incontrerete mai direttamente, se non voltandovi di scatto verso uno specchio. Certo questa donna che mi regge con il suo polso sottile ha carattere, non ci piove.


Ecco il suo amaro e l’acqua, signorina


Signora


Signora


Grazie


Offro io, signora


Dice una voce alla sua sinistra. E tutta l’enfasi della frase cade proprio su quest’ultima parola. Come se volesse raccontare, in un secondo, tutta la sua vita, il suo carattere. Come se desiderasse affermare che anche lui è stato sposato, che come lei non porta più anelli, che lo status di signora non implica che la sua età sia un ostacolo.

E’ una donna avvenente, lui ha due grosse braccia e un sorriso giallognolo da caffè-sigaretta-caffè e sa di profumo del supermercato. Il vero maschio alfa.


Le labbra dal polso sottile creano un piccolo arco sul lato sinistro, prima di aprirsi e lasciar scomparire l’acqua e l’amaro in successione inversa. Via l’amaro, via l’acqua, si è pronti a ripartire. Il panino ficcato nello zainetto che la segue ormai come un piccolo guscio.


Ehi, ma dove vai? Non mi dici nemmeno come ti chiami?


I passi si fermano davanti alla porta, fuori il vento canta in si bemolle e una porta sbatte da qualche parte.

La ringrazio per l’amaro, ma non voglio che sprechi il suo tempo a tatuarsi il mio nome sul braccio. Buona serata

La porta si chiude e lascia dietro di sé due bocche aperte e una impassibile. Un barman, anche il meno fotogenico, trova più conforto sul fondo da strofinare di un bicchiere che in queste beghe terrestri.

In marcia


Nella tasca dei jeans una macchia scarlatta ricorda il perché di tanta fretta. Quell’anima, quella voce ruvida che la insegue, la sta guidando. Sono giorni ormai che sperimenta ogni possibile variazione delle parola fuga. Nessun letto ha il piacere di sentire il corpo caldo della dottoressa fino a diventare caldo esso stesso. La catena rivela che ci sono passi, poi treni, stanze e poi passi e così via.


Eccoci alla prima tappa davvero ricercata di questa fuga assurda.


Biblioteca Pubblica- Ufficio Pubblicità e Intrattenimento- Scuola di vita

E’ la prima ad interessare la dottoressa, però entrando non può esimersi dal guardare dal corridoio tutti quegli alunni della scuola di vita che seguono annoiati la professoressa. Alla lavagna si legge


Le tasse sono per i perdenti- Come evitarle


E’ davvero incredibile constatare la volontà dello Stato di modellare cittadini che violino le leggi. In un mondo perfetto, dovrebbero insegnare come pagare le tasse. Però questi studenti hanno deciso di intraprendere una strada diversa. Anche se non tutti sono portati per la scuola di vita, per materie come

sopravvivenza con i sussidi

o

rapina a mano armata

Se il Governatore di queste parti ha aperto questa scuola però avrà avuto le sue ragioni. C’era una certa domanda. Senza qualcuno che vada oltre le regole, le regole stesse si dimenticano e con esse chi le amministra.

La biblioteca


Eccoci dunque davanti alla biblioteca. La mano sfila dal portafogli la tessera ingiallita degli anni dell’università, l’orologio segna le 7.30, io le 10.30. Per fortuna seguono quell’orologio grosso e brutto sul muro, così M. avrà una chance di entrare e leggere i libri che le interessano. Seduti ai tavoli si intravedono solo professori e dottorandi. Nella sezione esoanimismo ecco i libri richiesti


Antianimatologia delle parti del reale


Tassonomia e regolazione di spirito e materia


Come liberare l’anima dal giogo della vita?


Ecco in quest’ultimo si legge


Quando un’anima è recisa dal suo corpo di adozione (cfr. capitolo III Reazioni e aura”) si trasferisce in quanto sostanza immateriale e priva di tempo in onde “di luce auto- riflettenti”. In termini più pratici, si distacca dal soggetto senza perderne la reale consistenza essenziale. Una nuova teoria vede l’anima come vittima annessa ad un nuovo corpo.


Interessante. Ecco spiegato come lei possa sentire la “voce” di quest’anima intrappolata nel mignolo. Ora bisogna fare in fretta, leggere dove si trova il pozzo delle anime. Sembra impossibile, eppure:


(…) là dove un tempo era montagna e ora è città, dove gli alberi non seguono il sole, ma quel mare scuro chiamato anima.


Tutto qui? Questo l’avrebbe potuto chiedere ad un bambino qualsiasi. Tutti sanno questa frase, per quanto senza senso possa sembrare. Una filastrocca che mette i brividi, la “Prigione delle anime” in cui finiranno tutti i cattivi. Nessuno ci crede davvero, ma nessuno ha mai davvero smesso di crederci. Anima, anima, non è questo il momento di sparire.


Prendi il libro rosso sullo scaffale


L’anima ha parlato. In effetti sullo scaffale, in alto, c’è un piccolo volumetto dalla copertina mangiucchiata dagli insetti, dal tempo o da qualcuno con delle grosse unghie.


M. si sporge e prende il libro in mano. Un libro come un altro, che si intitola


Come fabbricare una storia


Cosa mai avrà a che fare questo libro con ciò che stiamo cercando? Ecco che M. sfoglia le pagine, facendo attenzione a qualche messaggio segreto, cifrato tra le righe. Nulla sembra saltare all’occhio.


Quando si scrive una storia è importante un momento di pathos, dal greco (…)


Niente, proprio niente che possa aiutarla, darle un suggerimento qualsiasi. Poi, arrivata al capitolo

Scrivere non è per tutti. Se non conosci nessuno, è meglio darsi all’ippica



Un rumore.

Tup


Un foglietto cade per terra, un foglio ingiallito di una carta dura, costosa.


Là dove un tempo era montagna e ora è città, dove gli alberi non seguono il sole, ma quel mare scuro chiamato anima. Sei quasi arrivata, ora guarda alla tua destra


M., per quanto incredula, guarda alla sua destra e nota una scritta sul muro, che non aveva notato prima.

Prego, signorina, stiamo chiudendo!


Urla la voce rauca del bibliotecario. Ha una famiglia, una partita di pallone da guardare. Non è pagato per perdere un minuto di più in questo luogo insensato pieno di rettangoli di carta.


S- si, la prego. Mi dia solo un minuto


La sagoma del bibliotecario si allontana, borbottando tra sé e sé. La scritta sul muro è in una grafia da ragazza, scarabocchiata di fretta su un’immagine di una foresta vista dall’alto.


Piantonia, dove le radici guardano il sole. Per visite in elicottero chiamare il numero- rettangolo in basso


Dopo aver messo il libro al suo posto, eccola avvicinarsi all’immagine. Piantonia. La nazione delle piante. Il luogo in cui nessun umano può mettere piede. Ma come faceva il libro a sapere… Il foglietto giallo, lo tiene ora stretto tra le mani. Ma dice qualcos’altro:

Entra là dove sai, cammina da Est. Là troverai il Pozzo delle Anime


Poi l’immagine sparisce e una scritta grande come un urlo compare:


BRUCIAMI


E così M. scappa dalle grandi bocche di legno della biblioteca, si rifugia in strada. Nella tasca della borsa trova un accendino, vecchio compagno dei tempi in cui fumava. Lentamente, appiccia il fuoco ad un angolo e sente la carta sibilare umida e fumosa.
Quando butta l’ultimo pezzo di carta per terra, le sembra di leggere:


GRAZIE


Ma ormai è cenere, vento, nebbia che avvolge la vallata. Ora sa dove andare, sa dov’è diretta. E si perde nell’aria della sera, mentre addenta famelica un panino rosso sangue.

— E la prossima settimana… Tradimento! —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.



Un aiuto

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L’aiuto che serviva

Il cercatore di tracce

Cadere, rimbalzare, un ramo secco sciolto nel vento come un frammento d’ombra. Una sagoma scura che scivola rumorosa tra le ciglia- alberi del mondo addormentato. Quello stesso piccolo universo in grado di ospitar un vento leggero, capace solamente di arruffare con i suoi sbuffi i capelli sottili dei bambini seduti a guardare le stelle dare un senso al cielo notturno.

La notte

Le lingue nere delle strade si perdono mute tra i lampioni giallognoli, lasciando questa figura attraversare indisturbata e presentarsi davanti a due labbra di legno sottile. Due colpi secchi ed ecco apparire un uomo dalla faccia ruvida. Le labbra di legno diventano solide, ancora. Una porta che si chiude alle spalle della figura e lascia la strada muta dentro e cieca fuori.

Il dubbio

I sensi all’erta, i passi che si fanno di seta, poi lana. Il dubbio mette i brividi, fa il solletico, come un vecchio maglione della nonna. Il fato ha scritto questa data e questo giorno, questa notte fino in fondo e alle 22.30 senza traccia di sole là fuori, è lecito chiedersi perché. Il fato conosce prima degli altri, ma non potrebbe nulla senza gli umani e le azioni così apparentemente marginali.

Abbaiare al vento

Là fuori, un cane decide che è tempo di rispondere al sibilare dell’aria fresca della sera e abbaia forte, quasi con rabbia. In realtà questo venticello è un lusso, rinfresca e gli muove un po’ le orecchie morbide all’indietro. Però abbaiare è più divertente.

Dunque

inizia la voce atona dal viso ruvido, dai calzini color fucsia e le mani ben curate.

Finalmente si è deciso a venire a trovarmi

Come sapeva che sarei venuto?

Oh, non è il primo forestiero che incontro con quell’aria turbata al bar. Sapevo che prima o poi mi avrebbe chiesto aiuto. Ciò che ancora non so è perché

S. sembra titubante, muove il peso del corpo da una scarpa all’altra. Una bilancia che non sa decidere dove sta la verità. Su quel pesante uomo dal cappello calcato sugli occhi o su questo cercatore di tracce?

Si ricordi, signor S.

Continua la voce arrugginita del cercatore di tracce

Si ricordi che io non vendo verità, ma aiuto solo a trovare le risposte giuste alle domande giuste. Perciò, veniamo a noi. Qual è la sua domanda?

Sono diretto al Pozzo delle Anime

Il pozzo delle anime?

Help_un aiuto

Per la prima volta lo sguardo placido del cercatore di tracce, KI, si perde. Un istante, seppure impercettibile, in cui la mandibola sembra staccarsi dalla mascella e con essa dal naso e dalle orecchie. Sembra perdere coscienza del mondo, seppure per un istante. S. è un buon osservatore e non può far altro che commentare.

Lei conosce il Pozzo delle anime?

Ecco, questa è una bella domanda

La voce torna calma, così come l’espressione del volto e la mandibola torna quieta sui suoi binari. Per poi riaprirsi, ma stavolta per parlare.

Conosco il Pozzo delle Anime, per quanto io non ci sia mai stato. Nessuno sembra esserci mai stato. L’unica direzione è quella che tutti i bambini di queste parti conoscono

Il pozzo delle anime è in una foresta che prima era un deserto o un deserto che prima era una montagna

Insomma, potrebbe essere ovunque

Non ovunque, ho una pista

Ancora una volta la mandibola si lancia in una espressione di sorpresa. S. continua.

Vede, signor KI, non ho bisogno dei suoi servizi per trovare il Pozzo delle Anime. In realtà non voglio metterci piede per nulla al mondo. Vorrei qualcosa di più delicato, da parte sua

Delicato? Mi dica, sono tutto orecchi

Ho fatto un patto con la persona che si dirige verso il Pozzo delle Anime. La aiuterò a seminare il suo inseguitore e lei in cambio mi restituirà ciò che mi appartiene

Non vedo come posso esserle d’aiuto

Vede, signor KI, lei è un cercatore di tracce. Dunque ne deduco che sia specializzato nella ricerca di dettagli e tramite questi dettagli lei sappia trovare ciò che cerca. Mi sbaglio?

No, è esattamente ciò che faccio

Bene, allora deduco che se io le chiedessi per una volta di fare il contrario, lei riuscirebbe nell’intento senza troppa fatica

Si spieghi meglio

Io le chiedo di seminare false tracce per depistare l’inseguitore. In questo modo io sarò libero di seguire M. senza nessun disturbo

Lei è davvero un uomo pieno di sorprese, signor S. E’ la prima volta che qualcuno mi richiede non di seguire una pista, ma di crearne una. Lo farò, però costo caro

Quello non sarà un problema. Scriva il suo prezzo su un foglio di carta e le prometto che lo avrà. Ciò che ha tra le mani quella donna vale più della mia stessa vita

Bene, allora si tratta di una donna. La faccenda si fa complicata. Spero solo non si tratti di un marito geloso, perché in tal caso la devo salutare. Non lavoro per…

No, no. Nessun marito geloso, tutto è esattamente come le ho detto. Ora le darò la descrizione di quell’uomo. Non passa inosservato e un uomo come lei non avrà certo problemi a trovarlo. Faccia in modo che non si avvicini mai alla donna. Il suo nome è M. Il nome della donna, intendo. Quello dell’uomo mi è tutt’ora ignoto

Sarà fatto

E senza aggiungere altro i piedi di S. fanno un giro su se stessi e passano oltre la porta, oltre gli alberi, oltre le strade poco illuminate e i nasi dei bimbi all’insù. Dietro la porta, il cercatore di tracce è già al lavoro e un piccolo ghigno gli accende il viso.

Il Pozzo delle Anime, il Pozzo delle Anime

Ripete grattandosi la fronte e guardando di fronte a sé.

— E la prossima settimana… La trappola funziona! —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.



Camerieri_waiters

Camerieri



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La lettera

L’unica soluzione si chiama verità e ha un nome: M.

Non c’è tempo da perdere, l’ha vista entrare dentro l’hotel di corsa, con la sua borsa grigia. Sembrava spaventata, ma forse si è ancora in tempo per fermare tutta questa follia.

Un valzer caotico

Al piano terra si susseguono in un valzer caotico facce di camerieri, uomini con paglietta e donne dall’aria signorile. Dopotutto, è un albergo di quelli dove si va per avere nell’armadio delle pantofole bianche morbide e delle ciabattine da piscina. Non bisogna portarsi dietro nient’altro che i propri soldi.

Fuga dalla metropoli

Posti come questo brulicano nel mondo fuori dalla metropoli, farciti proprio di persone che scappano dalla città. Cittadini che decidono di distrarsi dall’aria inquinata e dalla natura distrutta della città andando ad inquinare e distruggere l’aria e la natura di queste parti. Ma si, qualche albero in meno, l’acqua del mare un po’ più grigiastra, ma come dire di no ad una bella piscina in mezzo al nulla?

Camerieri, tanti camerieri

Per questo motivo la sala è gremita di camerieri, che saltellano su un piede e sull’altro sorreggendo pesanti vassoi di metallo. Anatre all’arancia, frutta esotica e grappa di anime. Il tutto si sussegue senza fine, come un ottovolante di cibo. Sarebbe notevole fare uno sgambetto a questa signora dalla pelliccia scura. Sarebbe magnifico anche solo per vedere come rotola a terra, ma immaginate poi come cadrebbero tutti gli altri in fila, un domino umano di cui parlerebbero i giornali!

Ecco M.!

Un momento, eccola là, riconosco le scarpe rosse. S. non l’ha ancora vista, ma come fa? E’ proprio lì, accanto a quel signore dalle orecchie tonde. Apparentemente bisogna essere un paio di scarpe per non farsi distrarre da questo randez- vouz di cibo e vassoi. Niente, sembra proprio non vederla, ma lei vede lui. Si, protetta dall’ombra di una pianta di plastica è come congelata. Lo guarda e sembra pensare.

Meglio andare o restare?

Ma non è una canzone rock, è una domanda genuina. E arriva pronta una risposta che io stesso posso sentire.

Non è di lui che devi aver paura, ma di quell’uomo che è entrato ora in camera tua. Lui può essere la tua soluzione

Quella voce

La voce sembra avere il potere di calmarla e ne ha davvero bisogno. Appena sveglia ha dovuto saltare dalla finestra, la sua camera invasa da uno strano individuo. Cos’altro potrà mai succedere oggi? Seguirà il consiglio della voce, ma lo farà a modo suo. Eccola, estrae una penna e inizia a scrivere veloce su un pezzo di carta.

Un cameriere libero!

Camerieri_waiters

Un cameriere senza vassoio è difficile da trovare, ma eccone uno. Via, fermalo!

Salve, è libero?

Veramente starei andando a prendere…

Bene, è libero. Senta, lo vede quell’uomo dai baffetti a punta, là in mezzo alla sala?

s-Si

Benissimo. Prenda questo foglio di carta e lo dia personalmente nelle sue mani. Questi sono per lei

E due banconote colorate cadono leggere nella mano del cameriere, regalandogli un sorriso.

g-Grazie

Ma non c’è più nessuno da ringraziare, M. è già folla, parte del chiacchiericcio, del viavai, dell’ordine in camera delle cose.

Dunque ecco il cameriere dall’andatura spedita taglia in due la catena di montaggio degli ordini in camera per venirci incontro.

Salve. Ho un messaggio per lei

Sorpresa!

La faccia stupita di S. è fenomenale. Tutto preso com’era dalla ricerca della dottoressa, si è completamente lasciato sorprendere dall’arrivo di questo cameriere dall’aria sicura. Prende la lettera dalle mani ruvide del cameriere, che è già tornato alla sua catena. S. non ha più una catena, è un cane sciolto. Fa due passi, si appoggia al bancone e legge la lettera.

Io e lei ci siamo già conosciuti. Lei è un venditore di anime. Ciò che le interessa è un’anima bianca, che porto con me. Non le chiedo perché, ma solamente di proteggermi e così facendo di proteggere l’anima. Io devo raggiungere il Pozzo delle Anime. Mi aiuti a farlo e le prometto di restituirle l’anima. Si appunti una rosa bianca alla giacca se è intenzionato ad aiutarmi, io la vedrò e capirò

Spero un giorno di poterci vedere in circostanze normali.

A presto,

M.

Una rosa bianca!

S. straccia la lettera, buttandola in un cestino sotto il bancone. Va dritto al primo tavolo disponibile. Una coppia anziana siede silenziosa giocando a carte e al centro del tavolo sta un vaso con dei fiori incolore e inodore. Quello l’hanno perso tanto tempo fa, quei fiori. Lasciati viaggiare dentro un frigorifero come fossero bistecche. Si avvicina e leva una rosa bianca dal vaso.

Ma cosa fa?

La signora anziana sembra disgustata da quell’azione tanto vile. Strappare via un fiore così, senza batter ciglio. E per di più in un tavolo che non è il suo! Suo marito ne approfitta per guardarle le carte.

Presto!

S. non si cura della signora urlante e del marito che bara sotto i suoi occhi, ma spezza veloce il gambo del fiore per appuntarlo alla giacca. Giusto in tempo, perché alla porta spunta una figura alta, grossa, con un cappello calato sugli occhi. La signora continua con le sue lamentele, ma i passi si muovono già via da quel tavolo. Via da quelle carte, dalla catena, poi via fuori dalla porta, nella campagna. Senza piscine, senza eserciti di camerieri. Dove ancora cantano gli alberi.



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Il ragazzo, ancora

Quel ragazzo, ancora

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Colorare il freddo

La sera è un foglio di carta ingiallito che tenta di raffigurare un piccolo paese infreddolito. Come si dipinge però il freddo? Magari con l’aggiunta di qualche foglia che vola, oppure con i passanti che si nascondono nei baveri dei loro cappotti. Si potrebbe aggiungere qualche tonalità di colore più fredda, un tocco di blu magari.

Vi prego, non blu

Ma non parliamo di blu, o il freddo entrerà fin dentro le ossa di questo signore dai baffi appuntiti, evaporando fino a quella spugna color porpora che pulsa e soffre. Fuori, il fiume di macchine della città fluisce distante alla vista come una luce al neon, illuminandosi ogni ora di più, mentre il sole lentamente si accascia sull’orizzonte.

Tutto sembra avere l’aria di un negozio in chiusura per chi torna a casa pensando solo a tenere le parole e i sorrisi in cassaforte fino a domani. C’è chi poi, magari solo per qualche minuto, si incontra con gli amici intorno ad un tavolo colorato da bollicine dorate.

Insomma, tutti hanno in comune un particolare non trascurabile. Sanno dove stanno andando, non possono sbagliarsi. A quest’ora della sera è meglio saperlo. Solo un ristretto gruppo di persone non sa dove dormirà stanotte, quale sarà il loro destino. In quest’ultima posizione si ritrova questo esemplare di S., ora affacciato alla balaustra di un bar dalle insegne blu che dicono

Bar blu, vista sul fiume

Non sarebbe più opportuno sentire cosa ne pensano le forze dell’ordine? Quei signori in uniforme sapranno cosa fare, sono adatti al compito. Però, però, però. Come spiegare poi alla forza pubblica tutto quel pasticcio del corpo del padre e dell’anima scura, del dito tagliato? Ancora peggio, e questa è la domanda che lo sgomenta, cosa direbbero di quell’anima bianca? Rubata ad un minorenne, sottratta senza ritegno. Sarebbe la fine.

La sua fine

I cristalli blu del tavolo sbriciolano quel poco di luce rimasta, facendo a brandelli i riflessi e lasciandoli cadere senza cura sulle scarpe. Così cambio colore, da un marron scuro, divento quasi celeste per un istante.

Là fuori, sotto le scalette di pietra, un hotel che sembra dimenticato dal dio dell’abbandono. Trovare la donna non è stato difficile, può vederne ora la sagoma alla finestra. I suoi occhi socchiusi non lo possono tradire, non possono nulla contro il riverbero del sole che si accomiata. Può dunque guardarla per qualche minuto, come non gli era mai stato possibile prima.

E’ bella, in fondo, seppure quell’aria fredda la renda inarrivabile. Ha deciso di mettere uno di quei teli bianchi sopra il suo volto, sparire dall’annovero dei vivi per potersi dedicare a questo entroterra dai motel dimenticati.

Il suo conto

Dice una voce alle sue spalle, che quasi lo fa trasalire facendolo cadere dal parapetto. Quella si sarebbe una morte grandiosa, con un medico legale a meno di trenta passi, poco più sotto, pronta a constatarne il decesso per improvvisa idiozia.

Certo, certo. Accettate carte?

No

L’entroterra

Com’è ovvio che sia, qui siamo nell’entroterra. L’entroterra è quella fiaba che raccontano ai bambini nelle città, gli stessi che vanno poi a sbattere contro braccia pelose, fucili da caccia e donne con forse qualche pelo in più sopra le labbra ma dal fascino cristallino.

Non ci sono macchine sputa- soldi nelle vicinanze, per quanto i passi si perdano per le viuzze deserte. E ormai è questione di tempo, prima che i pezzi di carta finiscano. Ecco che ci giriamo nuovamente, m-ma-ma quello è il ragazzo.

Il ragazzo, ancora

Il ragazzo, ancora
Il ragazzo, ancora

Un energumeno cammina portando il suo naso a patata come uno zaino incastrato alle orecchie, su per la salita dei gelsomini. Con quel naso sarà stordito dall’odore. Lo riconosco dalle scarpe, le stesse che qui umilmente dispiegano i fatti e gli umori di questo venditore. M. sta lì, affacciata, senza sospettare nulla, aggrappata alla sua espressione triste. S. potrebbe semplicemente fischiare, urlare dal bar, dirle di scappare. Ma chi è lui per lei in fin dei conti? Non è che un altro degli inseguitori, solo più paziente di capire il perché.

Una voce

Poi, come se sentisse una vocina, dietro di sé, ecco che M. si gira. Corre verso il letto, poi nella stanza. Butta due magliette dentro uno zainetto e scappa dalla finestra. Giusto in tempo, mentre il naso a patata bussa forte alla porta. Un bussare che anche da lontano sembra il battere di una scimmia gigante su un vetro. La porta cede, si inchina sui suoi stessi cardini al peso delle scimmie. Il ragazzo va alla finestra, lo sguardo di chi non capisce, la rabbia cieca di uno squalo che fiuti il sangue.

Guarda in alto, i suoi occhi si bloccano su S. che sente piccole gocce di sudore freddo scivolare dietro le orecchie e colare dal collo fino ai piedi. Però non può vederlo, il sole è troppo forte alle sue spalle. Non può vederlo, eppure tiene gli occhi puntati verso di lui.

Non può vederlo

Non può vederlo, ma sembra lanciare un’occhiata tutta d’odio. Come avrà fatto a trovare M.? Deve averlo seguito all’obitorio, deve averlo fiutato. Come ha fatto a non capirlo subito? Deve trovare una soluzione in fretta, deve. Ma cosa?

I piedi di M. toccano terra, corre verso le porte dell’Hotel Blu. Starà andando a prendere la macchina, non c’è tempo da perdere. I piedi sono già piccoli tamburi giù per le scale.

— E la prossima settimana… Camerieri!–

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Amore_disperazione_corri!

Corri!

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La fine

Morire è così semplice che nessuno desidera essere il prossimo nella lista. O troppo complicato, forse? È probabile sia solamente la paura di scoprire troppo presto di essere soli, senza alcun appiglio nel mondo.

La disperazione

A volte non si può nemmeno tentare di appigliarcisi da vivi, a questo timore. Sepolti, non-morti in una realtà nauseante e pronti ad inforcare il mono-ciclo delle bugie per fingere di capirci qualcosa. Allegri onestamente più per disperazione si lascia indietro chi, fermo ai margini del nostro immaginario mondo perfetto, ha fatto della disperazione uno stile di vita.

Felicità

Brillante carriera negli studi e lavoro fisso, con un uomo su cui riversare quelle passioni turbolente che spesso vengono scambiate per amore, M. non era certo disperata. Senza dover usare sinonimi, M. fino alla mattina di maggio dell’unico anno in cui nell’isola decise di piovere tutti i giorni del mese, era felice. Una felicità non da film o cartone animato, più la felicità descritta dalla lentezza ed eleganza di un libro.

Amore

Un’allegria spensierata, personale, che vi è impossibile immaginare solo perché M. per voi è solo un nome. Come lo è del resto quasi tutto ciò che vi scintilla intorno e si dissolve tra ombre e luce. Questo nome era innamorato di un tizio dai capelli sempre bagnati di un gel vischioso e dall’odore pungente di pino selvatico.

Il riccioluto

Mai stato amico del pettine, il riccioluto aveva intenzione di usare questa sua peculiarità per entrare nelle grazie di quante più persone del genere femminile gli fosse possibile. Chiaramente queste fantasie di conquista erano ignote alla felice M., tutta presa dagli origami, dal suo studio all’Ospedale Vecchio e un irrefrenabile gusto per l’opera lirica. Quest’ultima passione la vedeva commuoversi davanti ad un farfallone amoroso che viene mandato in guerra, piuttosto che di fronte ad un gobbo e alla sua maledizione.

L’opera

È durante una di queste rassegne di pianto silenzioso, quella in cui un clown si guarda allo specchio per la prima volta, che entra in gioco il caso. O meglio, una serie di casi si incastrano gli uni negli altri fino a formare una catena, un piccolo fiume che inizia a scorrere. Come la pioggia ininterrotta, che da giorni ormai martellava l’isola fuori dalle grandi porte in legno del teatro. Ciò che deve accadere accade, si dice.

Tramuta in lazzi

lo spasmo ed il pianto,

in una smorfia il singhiozzo,

e’l dolor-Ah!

Il fato

E con uno schianto ecco cadere a terra rosso in volto il cantante. Le lacrime erano ancora visibili sulle guance del Maestro, quando il dottore corse sul palco, seguito da un venditore di anime. La gente si muoveva su e giù dalle poltroncine, inquieta, piccole api sorprese dal fumo accecante degli avvenimenti. M. invece non si muoveva per nulla. Mai, mai prima d’ora aveva lasciato un’opera a metà. Seduta, aspettava invano

Ridi pagliaccio

Che però per lei era destinato fatalmente a non arrivare. Lentamente, una sensazione di angoscia iniziava a farsi largo nel petto. Come uno spiffero di aria gelido tra le pareti tiepide dei polmoni, una sensazione strana che alcuni conoscono come crisi d’ansia o d’anima. Doveva uscire da quell’immensa orrenda messinscena. La pioggia fuori batteva ancora forte, ma l’aria era più fresca, respirabile. Neanche l’ombra di api- persone e di quel fumo che le aveva ottenebrato la vista.

Solo qualche passo in più

Per fortuna il teatro era a pochi passi dal suo appartamento, dietro la via con i tre palazzi, in un quarto piano dalle tendine colorate. Doveva aspettarla una stufa a gas per asciugarsi, un libro e chissà, perfino qualche coccola.

Girata la maniglia, invece della stufa, trova due corpi avvinghiati e sudati, tutti tesi a riscaldare l’appartamento con il loro calore umano. Lui era il già citato riccioluto, mentre lei una studentessa dai denti sporgenti.

C’è chi non si è mai ripreso dall’adolescenza, chi non ha mai imparato ad elaborare il lutto e poi c’è M. Per lei e quelle come lei, sarà difficile guardare negli occhi un uomo senza pensare a quell’assurda fregatura che un tempo chiamava amore.

Amore_disperazione_corri!
Amore_disperazione_corri!

E se Arlecchin t’invola Colombina,

ridi, Pagliaccio,

e ognun ti applaudirà

Un senso?

Non si contano da allora i minuti, le ore o i giorni spesi a cercare un senso, senza fortuna. Forse perché contare i minuti non è poi così sensato, quando c’è un orologio che è nato proprio per questo. La mistificazione della perfezione, la decisa convinzione di essere finalmente dalla parte giusta del muro, crolla come in un secondo 1989. O, più semplicemente, come un castello di carte. Si apre una finestra e l’intera impalcatura collassa.

Quasi un anno dopo, sul tavolo della dottoressa M., ora medico legale di un piccolo paesello in provincia del nulla, viene collocato il corpo di un dottore con la carotide recisa.

Ed era come sempre, come da giorni ormai, immobile

Sveglia!

Nulla, dal comodino non so dire se stia dormendo, piangendo o pregando in silenzio

Sveglia!

So solo che l’anima nascosta nel mignolo reciso prova a scuotere il torpore

Ed era come mai prima, scossa, persa tra pensieri non suoi

Sento un fruscio, ecco le coperte si spostano, facendo spazio alla sua sagoma. Con un fruscio le lenzuola cadono a terra e due mani mi stringono, riflettendo sul quadrante una faccia incredula. Ebbene si, sono ancora il contatore del tempo, l’enumeratore dello scorrere lento del reale.

Il viso diventa sbiadito mentre il suo alito caldo mi fa perdere lucidità. Le mani, proprio le mani tremano e mandano la sua figura ancora fuori fuoco. Non sono certo occhi i miei che la osservano, ma sono comunque qui come un frammento di realtà. A volte da buon orologio da polso vorrei sapere se esisto davvero, se sono davvero in qualche luogo adesso e se le storie che racconto abbiano per chiunque un minimo senso. E se mai il tempo stesso ne abbia uno.

Ben svegliata, dobbiamo parlare

Ecco la voce provenire ancora dal piccolo panno colorato di sangue sulla sponda del letto. Due mani di donna tremanti l’hanno lasciato cadere. Le stesse che ora mi tengono stretto, come un antico legame con una realtà scomparsa. L’ultimo secondo dell’ora notturna passa inesorabile, lento ed elegante.

Tac

E dunque non mi parlerai?

Gli occhi rossi sembrano guardare lontano. Quella voce, quel panno macchiato sul letto non sembrano essere reali.

Poi

Chi sei?

Bene, sei viva!

Esclama il panno intriso di sangue del dottore dalla sponda. Per poi continuare, poetico

Sono un’anima rubata, regalata, rubata ancora. Sono il malsano tributo riservato dagli uomini a chi non considerano esseri degni di scelta. Il mio destino era chiaro, coerente. Ora mi ritrovo a pezzi, insanguinato, ai piedi del letto di una donna che crede d’essere impazzita

Tic

Perché hai scelto me?

Tac

Ecco finalmente una domanda cui saprò rispondere. Nella stanza c’eri solo tu quando mi sono svegliata

Tic

— La prossima settimana… Il Ragazzo, ancora —

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Umano_Human the restaurant

Umano

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Il ristorante

Cibo vero?

Tra un tavolo e l’altro si possono contare tre passi. Ogni tavolo è di legno, quadrato e con una piccola tovaglietta e una piantina di plastica coperta da un sottile strato di polvere. Due passi e S. taglia il fiato a metà con le labbra arricciate, inorridito da tanto rumore umano. Piedi calzati da scarpe da ginnastica sporche di terra invadono la sala muovendosi tra i tavoli, mentre le bocche intessono conversazioni disciolte le une nelle altre fino a non distinguersi più l’una dall’altra. Un brodo umano fatto di poca pasta e tanto sapore. Discussioni accese, denti ingialliti dai troppi caffè e dalle coppe di vino della casa.

Tracce

Tutti con un sorriso tracciato tra le rughe del volto, molto più profondo di quanto si pensi. Alla morte aprendo il viso di un essere umano si possono leggere più cose che nel suo diario più intimo. Se ad esempio troppo spesso ha dimenticato come sorridere, questo sarà avvertito nella mancanza d’uso dei suoi muscoli facciali. Mentre chi corruga la fronte più del necessario vedrà quei suoi muscoli forti e in forma, lasciando una traccia inconsapevole se uno desiderasse leggere quel capitolo della sua vita. Le rughe dunque fiumi, strade invisibili, passaggi naturali ed obbligati per accedere alle passioni.

Un nuovo mondo

Visi rossi, rubicondi, scollature che brillano di sudore e braccia tatuate elevano gorgheggi, pizzichi di risate sbottando sugli schienali di legno delle sedie in stile Caino e Abele. Troppo, per chi ha camminato fino a ieri su pavimenti lustri di cera, bianchi e insonorizzati.

Addio piccolo Cherubino. Come cangia in un punto il tuo destino!

La folle journèe

Si, sembra proprio una giornata folle, iniziata in un vagone della metro, continuata fuori dalle ombre dei palazzi, su un altro treno un po’ più rumoroso del primo. E ora la campagna, il luogo scoperto dal sole e ricordato dai cittadini solo quando le nuvole scure delle macchine diventano una maschera irrespirabile. Poi due scalini e via, fuori, alla fermata.

Stazione centrale di T.

Sembra tutto sotto controllo, per ora. Però la fame e la sete sono fratelli sodali, si scambiano qualche gorgoglio nello stomaco e tirano le budella fino ad annodare la gola.

Cherubino alla vittoria! Alla gloria militar!

Inizia la battaglia per la sopravvivenza. Un ultimo passo verso la trincea, il contatto umano. Quello vero, quel tocco che solamente i bipedi forniti di naso e dita dal pollice opponibile sanno creare. Parole.

Salve

Un bisbiglio sonoro udibile solo dalle tre mosche che si prudono il muso in attesa di attaccare una mollica di pane su un tavolo lì accanto.

Salve

Stavolta più forte, tanto che il richiamo non può sfuggire all’animale- oste, spaventando i tre insetti che si allontanano di malavoglia dal pasto croccante. L’uomo dal naso bitorzoluto e senza un orecchio propone un cavernoso

Uh

Come risposta. È già qualcosa, comunque. Sento i passi che indietreggiano fin quasi ad inciampare. Sono un paio di scarpe preda del delirio di un paio di piedi insicuri.

Potrei avere un tavolo?

Ora la voce del venditore si fa più sicura, il sopracciglio si incurva il tanto giusto da diventare imperioso. Lo sforzo comunicativo è imponente. L’attesa per la risposta passa attraverso una serie di stadi intermedi di comprensione del cervello primitivo dell’oste mono- orecchio.

Uh

Insieme ad un cenno del capo sembrano voler indicare un tavolo piccolo, rotondo, perciò diverso dagli altri quadrati che riempiono la piccola sala rumorosa.

Si, un altro mondo

Certo, non è il bianco materiale asiatico cui ci si era abituati, ma bisogna ammettere che l’oste ha fatto certo del suo meglio per trovargli una sistemazione adeguata. Sul tavolo troneggiano una piantina di plastica morta e un posacenere- noce- di- cocco. Seduto, in mezzo alla confusione, lo sguardo sicuro del domani si perde, girovagando e rimbalzando tra le bocche trita- cibo e le conversazioni trangugiate in tutta calma.

Chi ha ordinato?

Non credo abbia ordinato, eppure di fronte a sé appare un piatto fumante che sembra contraddirmi. Forse è un ordine silenzioso, come dire

Faccia lei

A volte basta un’occhiata per risolvere queste situazioni. In fin dei conti la fame sta bussando sonora alle porte dello stomaco e dunque questo pasto è più che abbastanza.

La gamba sinistra non fa che balbettare il suo nervosismo nella lingua muta degli arti inferiori, avendo come unico effetto il farmi sentir parte di un enorme singhiozzo

Salve

Umano_Human the restaurant
Un cibo umano, al ristorante

E come ogni singhiozzo, sembra aver bisogno di un piccolo spavento per arrestarsi. Un signore dai calzini fucsia e dalle unghie pulite guarda dritto negli occhi S. aspettando una reazione.

S. Salve

Non si riesce a capire se questa Esse sia parte del nome o ancora del balbettio singhiozzante che dagli arti inferiori ha deciso di rigurgitare alle labbra. Che sia una presentazione spicciola?

Posso sedermi qui con lei?

S- Si accomodi

Non credo sia una presentazione. Sembra più il balbettio.

Si trova a suo agio?

La voce è profonda, come portata in superficie da un secchio di legno marcio e una carrucola arrugginita.

S- Splendidamente

Eppure ha una faccia

Oh, le assicuro che tutti ne abbiamo una

Non ha tutti i torti. Però sembrerebbe che la sua abbia visto cieli migliori

Il rumore delle conversazioni, del cadere delle forchette nei piatti, i brindisi e i pianti dei bambini rendono questa conversazione quasi sospesa, surreale.

La verità è che questo per me è un mondo strano, sono un alieno. Vengo dalla metropoli

Ah ecco, mi sembrava

S. e sono un venditore di anime

Sporge la mano dall’altra parte del tavolo. Non conosce tanti altri modi per presentarsi, in fin dei conti è appunto solamente un venditore.

Chi?

Un venditore di anime, anche se ormai non so più…

Ma no, dicevo il mio nome è K.I. Cappa- I.

Oh, mi perdoni… E cosa fa lei di mestiere?

Sono un mediatore

Un mediatore? Tra chi?

Tra ciò che lei sa e ciò che vorrebbe scoprire

Mmm un venditore di lampade e nasi, dunque

Solo nasi, per la verità. Le lampade le lascio a lei

Anche lei dunque non è di queste parti

No, prima non tolleravo più il frastuono, ora mi fa impazzire la quiete

Interessante

Senza difese

Tutta questa conversazione, questo parlare, ha quasi distrutto le difese di questo signore dai baffetti appuntiti. In tutto questo caos, chi può mai essere un signore tanto distinto e allo stesso tempo dall’aria così feroce?

Ma certo, come non averlo intuito prima. Occhio attento, mascella serrata, un grosso pugno grande quanto un pompelmo. Può essere solo un poliziotto. O un cercatore di tracce.

Si alza lentamente, lasciando scivolare un biglietto da visita sulla tovaglia a quadretti.

Sa dove trovarmi, buon appetito

E prima che S. possa rispondere, è già un’ombra che scivola silenziosa e invisibile fuori dalla porta.

Sul tavolo, il piatto non fuma più.

— La prossima settimana… Amore, fuga, disperazione! —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Secondo capitolo: Il viaggio delle anime

Secondo Capitolo

Anime (Vive)

Morte, anime, fuga e verità

Sono tante le parti di questa storia che, come un puzzle sofisticato in bianco e nero si scambiano e sembrano non incontrarsi mai. Flashback che ci vengono raccontati da una nonna in lacrime, uffici suicidi e anime nascoste in mignoli mozzati.

Una storia di anime?

Pian piano iniziamo a capire che la storia in sé non gira intorno alle anime, ma a chi ne tradisce la vera essenza. Le anime non sono altro che un’energia che sostiene il nostro mondo, lo racconta, struttura e al tempo stesso ne è la forma.

Una storia di desideri

Il desiderio di S. è quello di avere indietro la sua anima. Sperava un giorno di avere l’anima di suo padre, un suo regalo. Il suo desiderio di carriera, insieme a questa speranza, dovranno fare i conti con la realtà. Il ragazzo, spinto dalla verità misurata dalle labbra morenti della nonna, non potrà che cercare vendetta per la sua occasione perduta. M., dal canto suo, è il più disincantato dei personaggi. Non vuole immergersi nel mondo, non più. Anime, corpi in putrefazione o canto degli uccellini, tutto fa parte di qualcosa per lei alieno. Eppure il fato, sotto forma di un’anima, la strapperà a questo sogno lucido.

La fuga

Infine, una fuga a tre. Una fuga di anime e desideri, che ci porterà in un viaggio inaspettato. In una terra delle anime in cui si piantano ancora i sogni, si bevono caffè e si mangia nei ristoranti.

Il secondo capitolo

Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
  1. La premiazione
  2. Nella notte
  3. Il corpo e l’anima
  4. Trovalo!
  5. Quel ragazzo
  6. Vendetta
  7. La piramide
  8. Bu
  9. Il paziente delle 8.05
  10. La dottoressa
  11. Un corpo che… parla?
  12. Il cappello
  13. Passi

Non hai ancora letto il primo capitolo? Leggilo ora!

The meeting between S. and the boy

Passi



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Riverberi

I suoni si scoloriscono in lontananza, un quadro che fluttua tra i sogni di un artista ubriaco di vita. La bottiglia gli cade dalle mani e produce un suono.

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