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Camerieri_waiters

Camerieri



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La lettera

L’unica soluzione si chiama verità e ha un nome: M.

Non c’è tempo da perdere, l’ha vista entrare dentro l’hotel di corsa, con la sua borsa grigia. Sembrava spaventata, ma forse si è ancora in tempo per fermare tutta questa follia.

Un valzer caotico

Al piano terra si susseguono in un valzer caotico facce di camerieri, uomini con paglietta e donne dall’aria signorile. Dopotutto, è un albergo di quelli dove si va per avere nell’armadio delle pantofole bianche morbide e delle ciabattine da piscina. Non bisogna portarsi dietro nient’altro che i propri soldi.

Fuga dalla metropoli

Posti come questo brulicano nel mondo fuori dalla metropoli, farciti proprio di persone che scappano dalla città. Cittadini che decidono di distrarsi dall’aria inquinata e dalla natura distrutta della città andando ad inquinare e distruggere l’aria e la natura di queste parti. Ma si, qualche albero in meno, l’acqua del mare un po’ più grigiastra, ma come dire di no ad una bella piscina in mezzo al nulla?

Camerieri, tanti camerieri

Per questo motivo la sala è gremita di camerieri, che saltellano su un piede e sull’altro sorreggendo pesanti vassoi di metallo. Anatre all’arancia, frutta esotica e grappa di anime. Il tutto si sussegue senza fine, come un ottovolante di cibo. Sarebbe notevole fare uno sgambetto a questa signora dalla pelliccia scura. Sarebbe magnifico anche solo per vedere come rotola a terra, ma immaginate poi come cadrebbero tutti gli altri in fila, un domino umano di cui parlerebbero i giornali!

Ecco M.!

Un momento, eccola là, riconosco le scarpe rosse. S. non l’ha ancora vista, ma come fa? E’ proprio lì, accanto a quel signore dalle orecchie tonde. Apparentemente bisogna essere un paio di scarpe per non farsi distrarre da questo randez- vouz di cibo e vassoi. Niente, sembra proprio non vederla, ma lei vede lui. Si, protetta dall’ombra di una pianta di plastica è come congelata. Lo guarda e sembra pensare.

Meglio andare o restare?

Ma non è una canzone rock, è una domanda genuina. E arriva pronta una risposta che io stesso posso sentire.

Non è di lui che devi aver paura, ma di quell’uomo che è entrato ora in camera tua. Lui può essere la tua soluzione

Quella voce

La voce sembra avere il potere di calmarla e ne ha davvero bisogno. Appena sveglia ha dovuto saltare dalla finestra, la sua camera invasa da uno strano individuo. Cos’altro potrà mai succedere oggi? Seguirà il consiglio della voce, ma lo farà a modo suo. Eccola, estrae una penna e inizia a scrivere veloce su un pezzo di carta.

Un cameriere libero!

Camerieri_waiters

Un cameriere senza vassoio è difficile da trovare, ma eccone uno. Via, fermalo!

Salve, è libero?

Veramente starei andando a prendere…

Bene, è libero. Senta, lo vede quell’uomo dai baffetti a punta, là in mezzo alla sala?

s-Si

Benissimo. Prenda questo foglio di carta e lo dia personalmente nelle sue mani. Questi sono per lei

E due banconote colorate cadono leggere nella mano del cameriere, regalandogli un sorriso.

g-Grazie

Ma non c’è più nessuno da ringraziare, M. è già folla, parte del chiacchiericcio, del viavai, dell’ordine in camera delle cose.

Dunque ecco il cameriere dall’andatura spedita taglia in due la catena di montaggio degli ordini in camera per venirci incontro.

Salve. Ho un messaggio per lei

Sorpresa!

La faccia stupita di S. è fenomenale. Tutto preso com’era dalla ricerca della dottoressa, si è completamente lasciato sorprendere dall’arrivo di questo cameriere dall’aria sicura. Prende la lettera dalle mani ruvide del cameriere, che è già tornato alla sua catena. S. non ha più una catena, è un cane sciolto. Fa due passi, si appoggia al bancone e legge la lettera.

Io e lei ci siamo già conosciuti. Lei è un venditore di anime. Ciò che le interessa è un’anima bianca, che porto con me. Non le chiedo perché, ma solamente di proteggermi e così facendo di proteggere l’anima. Io devo raggiungere il Pozzo delle Anime. Mi aiuti a farlo e le prometto di restituirle l’anima. Si appunti una rosa bianca alla giacca se è intenzionato ad aiutarmi, io la vedrò e capirò

Spero un giorno di poterci vedere in circostanze normali.

A presto,

M.

Una rosa bianca!

S. straccia la lettera, buttandola in un cestino sotto il bancone. Va dritto al primo tavolo disponibile. Una coppia anziana siede silenziosa giocando a carte e al centro del tavolo sta un vaso con dei fiori incolore e inodore. Quello l’hanno perso tanto tempo fa, quei fiori. Lasciati viaggiare dentro un frigorifero come fossero bistecche. Si avvicina e leva una rosa bianca dal vaso.

Ma cosa fa?

La signora anziana sembra disgustata da quell’azione tanto vile. Strappare via un fiore così, senza batter ciglio. E per di più in un tavolo che non è il suo! Suo marito ne approfitta per guardarle le carte.

Presto!

S. non si cura della signora urlante e del marito che bara sotto i suoi occhi, ma spezza veloce il gambo del fiore per appuntarlo alla giacca. Giusto in tempo, perché alla porta spunta una figura alta, grossa, con un cappello calato sugli occhi. La signora continua con le sue lamentele, ma i passi si muovono già via da quel tavolo. Via da quelle carte, dalla catena, poi via fuori dalla porta, nella campagna. Senza piscine, senza eserciti di camerieri. Dove ancora cantano gli alberi.



La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Umano_Human the restaurant

Umano

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Il ristorante

Cibo vero?

Tra un tavolo e l’altro si possono contare tre passi. Ogni tavolo è di legno, quadrato e con una piccola tovaglietta e una piantina di plastica coperta da un sottile strato di polvere. Due passi e S. taglia il fiato a metà con le labbra arricciate, inorridito da tanto rumore umano. Piedi calzati da scarpe da ginnastica sporche di terra invadono la sala muovendosi tra i tavoli, mentre le bocche intessono conversazioni disciolte le une nelle altre fino a non distinguersi più l’una dall’altra. Un brodo umano fatto di poca pasta e tanto sapore. Discussioni accese, denti ingialliti dai troppi caffè e dalle coppe di vino della casa.

Tracce

Tutti con un sorriso tracciato tra le rughe del volto, molto più profondo di quanto si pensi. Alla morte aprendo il viso di un essere umano si possono leggere più cose che nel suo diario più intimo. Se ad esempio troppo spesso ha dimenticato come sorridere, questo sarà avvertito nella mancanza d’uso dei suoi muscoli facciali. Mentre chi corruga la fronte più del necessario vedrà quei suoi muscoli forti e in forma, lasciando una traccia inconsapevole se uno desiderasse leggere quel capitolo della sua vita. Le rughe dunque fiumi, strade invisibili, passaggi naturali ed obbligati per accedere alle passioni.

Un nuovo mondo

Visi rossi, rubicondi, scollature che brillano di sudore e braccia tatuate elevano gorgheggi, pizzichi di risate sbottando sugli schienali di legno delle sedie in stile Caino e Abele. Troppo, per chi ha camminato fino a ieri su pavimenti lustri di cera, bianchi e insonorizzati.

Addio piccolo Cherubino. Come cangia in un punto il tuo destino!

La folle journèe

Si, sembra proprio una giornata folle, iniziata in un vagone della metro, continuata fuori dalle ombre dei palazzi, su un altro treno un po’ più rumoroso del primo. E ora la campagna, il luogo scoperto dal sole e ricordato dai cittadini solo quando le nuvole scure delle macchine diventano una maschera irrespirabile. Poi due scalini e via, fuori, alla fermata.

Stazione centrale di T.

Sembra tutto sotto controllo, per ora. Però la fame e la sete sono fratelli sodali, si scambiano qualche gorgoglio nello stomaco e tirano le budella fino ad annodare la gola.

Cherubino alla vittoria! Alla gloria militar!

Inizia la battaglia per la sopravvivenza. Un ultimo passo verso la trincea, il contatto umano. Quello vero, quel tocco che solamente i bipedi forniti di naso e dita dal pollice opponibile sanno creare. Parole.

Salve

Un bisbiglio sonoro udibile solo dalle tre mosche che si prudono il muso in attesa di attaccare una mollica di pane su un tavolo lì accanto.

Salve

Stavolta più forte, tanto che il richiamo non può sfuggire all’animale- oste, spaventando i tre insetti che si allontanano di malavoglia dal pasto croccante. L’uomo dal naso bitorzoluto e senza un orecchio propone un cavernoso

Uh

Come risposta. È già qualcosa, comunque. Sento i passi che indietreggiano fin quasi ad inciampare. Sono un paio di scarpe preda del delirio di un paio di piedi insicuri.

Potrei avere un tavolo?

Ora la voce del venditore si fa più sicura, il sopracciglio si incurva il tanto giusto da diventare imperioso. Lo sforzo comunicativo è imponente. L’attesa per la risposta passa attraverso una serie di stadi intermedi di comprensione del cervello primitivo dell’oste mono- orecchio.

Uh

Insieme ad un cenno del capo sembrano voler indicare un tavolo piccolo, rotondo, perciò diverso dagli altri quadrati che riempiono la piccola sala rumorosa.

Si, un altro mondo

Certo, non è il bianco materiale asiatico cui ci si era abituati, ma bisogna ammettere che l’oste ha fatto certo del suo meglio per trovargli una sistemazione adeguata. Sul tavolo troneggiano una piantina di plastica morta e un posacenere- noce- di- cocco. Seduto, in mezzo alla confusione, lo sguardo sicuro del domani si perde, girovagando e rimbalzando tra le bocche trita- cibo e le conversazioni trangugiate in tutta calma.

Chi ha ordinato?

Non credo abbia ordinato, eppure di fronte a sé appare un piatto fumante che sembra contraddirmi. Forse è un ordine silenzioso, come dire

Faccia lei

A volte basta un’occhiata per risolvere queste situazioni. In fin dei conti la fame sta bussando sonora alle porte dello stomaco e dunque questo pasto è più che abbastanza.

La gamba sinistra non fa che balbettare il suo nervosismo nella lingua muta degli arti inferiori, avendo come unico effetto il farmi sentir parte di un enorme singhiozzo

Salve

Umano_Human the restaurant
Un cibo umano, al ristorante

E come ogni singhiozzo, sembra aver bisogno di un piccolo spavento per arrestarsi. Un signore dai calzini fucsia e dalle unghie pulite guarda dritto negli occhi S. aspettando una reazione.

S. Salve

Non si riesce a capire se questa Esse sia parte del nome o ancora del balbettio singhiozzante che dagli arti inferiori ha deciso di rigurgitare alle labbra. Che sia una presentazione spicciola?

Posso sedermi qui con lei?

S- Si accomodi

Non credo sia una presentazione. Sembra più il balbettio.

Si trova a suo agio?

La voce è profonda, come portata in superficie da un secchio di legno marcio e una carrucola arrugginita.

S- Splendidamente

Eppure ha una faccia

Oh, le assicuro che tutti ne abbiamo una

Non ha tutti i torti. Però sembrerebbe che la sua abbia visto cieli migliori

Il rumore delle conversazioni, del cadere delle forchette nei piatti, i brindisi e i pianti dei bambini rendono questa conversazione quasi sospesa, surreale.

La verità è che questo per me è un mondo strano, sono un alieno. Vengo dalla metropoli

Ah ecco, mi sembrava

S. e sono un venditore di anime

Sporge la mano dall’altra parte del tavolo. Non conosce tanti altri modi per presentarsi, in fin dei conti è appunto solamente un venditore.

Chi?

Un venditore di anime, anche se ormai non so più…

Ma no, dicevo il mio nome è K.I. Cappa- I.

Oh, mi perdoni… E cosa fa lei di mestiere?

Sono un mediatore

Un mediatore? Tra chi?

Tra ciò che lei sa e ciò che vorrebbe scoprire

Mmm un venditore di lampade e nasi, dunque

Solo nasi, per la verità. Le lampade le lascio a lei

Anche lei dunque non è di queste parti

No, prima non tolleravo più il frastuono, ora mi fa impazzire la quiete

Interessante

Senza difese

Tutta questa conversazione, questo parlare, ha quasi distrutto le difese di questo signore dai baffetti appuntiti. In tutto questo caos, chi può mai essere un signore tanto distinto e allo stesso tempo dall’aria così feroce?

Ma certo, come non averlo intuito prima. Occhio attento, mascella serrata, un grosso pugno grande quanto un pompelmo. Può essere solo un poliziotto. O un cercatore di tracce.

Si alza lentamente, lasciando scivolare un biglietto da visita sulla tovaglia a quadretti.

Sa dove trovarmi, buon appetito

E prima che S. possa rispondere, è già un’ombra che scivola silenziosa e invisibile fuori dalla porta.

Sul tavolo, il piatto non fuma più.

— La prossima settimana… Amore, fuga, disperazione! —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

La fuga_ the crowd

La fuga

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Pance, schiene

Ogni essere umano, ogni cultura che impari a non calpestare l’erba, deve per forza imparare a convivere con la solitudine e con la mancanza di spazio. Il paradosso della civilizzazione. C’è chi ha trovato come naturale soluzione a questa cronica mancanza quella di ammassarsi pance contro schiene, diminuendo l’estensione della folla in palle informi di uomini e donne.

La moltitudine

Come una scatola di cioccolatini animata, queste teste si muovono e brulicano su scale mobili e vagoni ferroviari, lasciando però intatte biblioteche e piccoli teatri. Una folla che non sa gocciolare, ma solo fluire. Altre culture hanno inventato altri modi per moltiplicare lo spazio personale, in assenza di aree ancora vergini. Non hanno desiderio che pance e schiene si ritrovino sempre attaccate, come a soffiarsi nell’orecchio. Un amore che in queste latitudini è considerato scandaloso.

I rettangoli di luce

Non che possano fare diversamente, gli esseri umani per quanto piccoli possano essere occupano una precisa area personale. Ecco dunque qual è il ruolo delle cuffie, dei rettangoli di luce e dei colori delle pubblicità. Uno sguardo verso uno specchio cieco che insonorizza, addolcisce le ombre, partorendo vite molto meno miserabili di quelle che si è abituati a vivere. Pance contro schiene. Così diventano allegri, spensierati, gratificati dal successo ottenuto dai loro alter ego. Queste ombre almeno non devono solamente camminare con i loro piedi, starnutire e bestemmiare il loro lavoro. Questi riflessi di vita non devono alienarsi ripetendo come a farsi coraggio

Io non sono qui

Tranquillizzati dalle loro foreste- gioco, mondi- allenamento e stadi- castello, queste pulci dimenticano di essere in cerca di sangue. Si convincono di essere piloti, pirati, grandi giocatori di sport di palla o racchetta. Da insetti a dèi con il solo tocco su un rettangolo colorato. Come attori che si rifiutino di lasciare il set, convinti di essere davvero il personaggio che il regista desidera che questi siano.

Dal finestrino

Schiacciato tra altri uomini- moltitudine, entità- metropoli, l’uomo del domani guarda fuori dal finestrino. Il treno lascia che le luci rimbalzino l’un l’altra, lanciandosi messaggi silenziosi. Onde che riflettono un sole tramontato da tempo, ormai. La notte è infatti un mare d’inverno, freddo e silenzioso. Un film in bianco e nero visto alla tv, direbbe una certa L. Lentamente S. lascia arrivare alla superficie di sé quell’istante di paura. Dai, forse non era paura, quell’uomo grossolano e balbuziente può solo avergli fatto pena. Eppure le parole del gigante arrivano come piccoli punti di spillo tra i pensieri accomodanti

Tu mi hai rubato l’anima, preparati a morire

Certo, magari non proprio queste parole, ma gli ricordano qualche film visto da bambino. I ricordi sono così arbitrari, soprattutto quando si tratta di ricordi cuciti sul cuoio della paura. Anche lì si parlava di vecchi conti in sospeso, la morte di un padre. Eppure quella era realtà, è facile ricordare, pure tra i filtri della paura, tutte le ombre intorno e quegli occhi. Quei fossi infiniti sotto un cappello a tesa larga. La risposta? Beh, la sua risposta non è stata di quelle che si leggono nei manuali di comunicazione, ma è stata comunque una risposta

Quale anima?

Hmpf

Tu… tu sei… quel ragazzo?

Per la prima volta sento la sua voce incrinata da puntini di sospensione, sospesa tra parole che non vogliono germogliare. Finalmente, entrando in quella sala di obitorio ha capito che c’è solo un’anima che cerca. L’anima di suo padre è la risposta ad ogni domanda passata o presente. Ed ora questo energumeno vuole portargliela via, ancora una volta. O almeno questo è quello che sembra volere, in quel modo tutto suo di farfugliare sotto il cappello.

Tuuuuuuuuu-p

Esclama il telefono

Tuuuuuuuuu-pp

Ripete, apparentemente un po’ più seccato il telefono

Ancora per un po’.

Dai, rispondi

Tuuuuuuuuuuuu-ppp
T-clack
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

L’apparecchio pareva essere diventato un balbuziente arrabbiato.

Poi il silenzio, con il telefono dimenticato sul tavolo.

Partire, doveva partire

I passi che si facevano lunghi nella stanza, o magari è semplicemente quest’ultima ad essere piccola. Doveva partire, la valigia finalmente pronta. Doveva partire, le chiavi sul tavolo. Doveva partire, non c’è più tempo. Questo andava ripetendo senza sosta per qualche ora. Prima che quell’energumeno lo venga a trovare ancora, prima di perdere le tracce di quella donna e di quel mignolo mozzato.

Tutto cambia

Il medico sembrava essere la soluzione, ma gli è sfuggito di mano. Di mano, no, per la precisione di dito. Un dito mozzato, che di certo nasconde qualcosa. Le tracce di sangue sono sparite ad un certo punto, ma bisognerà riprendere le ricerche. No, correre, deve correre, non c’è più tempo. Voleva avvisarla, avvisare quella donna dai capelli così scuri e dal vestito sempre così blu. Ecco, prendeva le chiavi, la sua piccola valigia grigia e

Blam

La porta urtò con forza girando sui suoi stessi cardini e chiudendosi all’interno. Fuori, i miei piedi scendevano veloci un pianoforte dai tasti tutti bianchi, una musica di passi difficile da seguire. Ecco poi il tram, preso al volo, che si muove e in mezzo alla confusione di pance e schiena, ora.

Una lettera

La fuga_ the crowd
La fuga_ the crowd

Qualcosa nella giacca, una lettera che profuma di lavanda, di carta blu. Non deve essere piacevole, perché la lascia cadere e si mette le mani al volto. La lettera scivola qui, vicino a questo umile paio di scarpe e dice

Caro S.

Mi mancano le nostre piccole uscite del sabato sera. Vederti a lavoro, sempre così sorridente. Mi mancano anche i nostri silenzi, i tuoi baffetti che sembrano temperati. Capisco però, proprio dai tuoi silenzi, che c’è qualcosa di più importante. Non preoccuparti per me, sarò ogni giorno alla macchinetta del caffè, seduta ad aspettare che tu ritorni. O magari sarò sempre là, con te.

La tua donna in blu,

N.

P.s. Le chiavi di casa le ho lasciate nella cassetta delle lettere.

Non ritorno, fuga

E quello è il punto di non ritorno, quando la città sembra diventare solo un mostro dalle narici aperte a fiutare la paura. Quando ogni muro trasuda sporcizia, quando anche gli sguardi della gente sul vagone diventano opachi. Tutti riflessi sui loro rettangoli, attaccati a dei cavi come a ricaricarsi. Ora vorrebbe che i ristoranti avessero del cibo, del cibo vero, piatti sui quali chiacchierare e urlare. Ora vorrebbe correre al cinema e guardare qualcosa che non sia pubblicità. Stringere la mano di N., nel buio, lasciandosi andare ad esplorarne le dita fini, la mano piccola dalla pelle morbida. Ora vorrebbe scappare, o vivere, o entrambe le cose. Abbozza un sorriso, niente è perduto. Mormora

Si, so dove andare

Lasciando gli altri passeggeri perdere l’attenzione per qualche istante dai loro giochi- mondo, perdendosi per un istante nella realtà. La realtà vera, dove pance e schiene sono unite, dove un matto parla da solo su un treno.

Tucutlun

Tucutlun

Tucutlun

E le rotaie spariscono dietro i palazzi come a voler dare profondità ad un disegno

Si, so dove andare

E la prossima settimana… cibo umano!

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

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The meeting between S. and the boy

Passi



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Riverberi

I suoni si scoloriscono in lontananza, un quadro che fluttua tra i sogni di un artista ubriaco di vita. La bottiglia gli cade dalle mani e produce un suono.

P-asc-ch

The hat_ il cappello

Il cappello

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Al mercato

I mercati sono colorati, colmi di quel vociare che non tutti sanno riprodurre, che so, in un film. Per alcuni basta ripetere

Rabarbaro

A corpse that... un corpo che...

A corpse that… speaks?

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A corpse

that

speaks

Do you believe in reincarnation?

A corpse that... un corpo che...

Un corpo che… parla?

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Un corpo

che

parla

Lei ci crede nella reincarnazione?

M. il medico_ The doctor

Il medico

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Sono un umile orologio da polso

Il tempo

Il tempo non è altro che un ritmo. Più ingombrante lo spazio, più sarà semplice vedere questo movimento dilatarsi fino quasi a dissolversi del tutto. Qui, dunque, in questo mini spazio controllato, il tempo risulta essere minuto, piccolo. Un nano di tempo, nel grande circo di luci e pianeti. Non si fa in tempo ad aprire una porta ed ecco che qualche secondo sembra volare via, insieme con qualche corpo bianchiccio o giallognolo.

Il paziente delle 8.05 the patient

The patient of 8.05 a.m.

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A patient certainty

Between one of the few certain things you’d find in your existence, believe me, you must add the 8.05 of every Monday morning. In a red bricks buildings with a noisy neighbourhood, an alarm awaits just for an electric impulse to ring. I should say it awaits to sing, instead. The alarm will start in a metallic voice an old song of an Italian singer, Claudio villa,

Il paziente delle 8.05 the patient

Il paziente delle 8.05

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Una paziente certezza

Tra le poche sicurezze che potrete in qualche maniera procurarvi nella vostra esistenza, credetemi, è d’uopo aggiungere le 8.05 del mattino di ogni lunedì. In una casa dai mattoncini rossi e dal vicinato alquanto chiassoso, un allarme attende un impulso elettrico per farsi sentire. Per cantare, per essere più precisi. Per intonare con voce metallica una vecchia canzone di Claudio Villa,