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Il ragazzo, ancora

Quel ragazzo, ancora

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Colorare il freddo

La sera è un foglio di carta ingiallito che tenta di raffigurare un piccolo paese infreddolito. Come si dipinge però il freddo? Magari con l’aggiunta di qualche foglia che vola, oppure con i passanti che si nascondono nei baveri dei loro cappotti. Si potrebbe aggiungere qualche tonalità di colore più fredda, un tocco di blu magari.

Vi prego, non blu

Ma non parliamo di blu, o il freddo entrerà fin dentro le ossa di questo signore dai baffi appuntiti, evaporando fino a quella spugna color porpora che pulsa e soffre. Fuori, il fiume di macchine della città fluisce distante alla vista come una luce al neon, illuminandosi ogni ora di più, mentre il sole lentamente si accascia sull’orizzonte.

Tutto sembra avere l’aria di un negozio in chiusura per chi torna a casa pensando solo a tenere le parole e i sorrisi in cassaforte fino a domani. C’è chi poi, magari solo per qualche minuto, si incontra con gli amici intorno ad un tavolo colorato da bollicine dorate.

Insomma, tutti hanno in comune un particolare non trascurabile. Sanno dove stanno andando, non possono sbagliarsi. A quest’ora della sera è meglio saperlo. Solo un ristretto gruppo di persone non sa dove dormirà stanotte, quale sarà il loro destino. In quest’ultima posizione si ritrova questo esemplare di S., ora affacciato alla balaustra di un bar dalle insegne blu che dicono

Bar blu, vista sul fiume

Non sarebbe più opportuno sentire cosa ne pensano le forze dell’ordine? Quei signori in uniforme sapranno cosa fare, sono adatti al compito. Però, però, però. Come spiegare poi alla forza pubblica tutto quel pasticcio del corpo del padre e dell’anima scura, del dito tagliato? Ancora peggio, e questa è la domanda che lo sgomenta, cosa direbbero di quell’anima bianca? Rubata ad un minorenne, sottratta senza ritegno. Sarebbe la fine.

La sua fine

I cristalli blu del tavolo sbriciolano quel poco di luce rimasta, facendo a brandelli i riflessi e lasciandoli cadere senza cura sulle scarpe. Così cambio colore, da un marron scuro, divento quasi celeste per un istante.

Là fuori, sotto le scalette di pietra, un hotel che sembra dimenticato dal dio dell’abbandono. Trovare la donna non è stato difficile, può vederne ora la sagoma alla finestra. I suoi occhi socchiusi non lo possono tradire, non possono nulla contro il riverbero del sole che si accomiata. Può dunque guardarla per qualche minuto, come non gli era mai stato possibile prima.

E’ bella, in fondo, seppure quell’aria fredda la renda inarrivabile. Ha deciso di mettere uno di quei teli bianchi sopra il suo volto, sparire dall’annovero dei vivi per potersi dedicare a questo entroterra dai motel dimenticati.

Il suo conto

Dice una voce alle sue spalle, che quasi lo fa trasalire facendolo cadere dal parapetto. Quella si sarebbe una morte grandiosa, con un medico legale a meno di trenta passi, poco più sotto, pronta a constatarne il decesso per improvvisa idiozia.

Certo, certo. Accettate carte?

No

L’entroterra

Com’è ovvio che sia, qui siamo nell’entroterra. L’entroterra è quella fiaba che raccontano ai bambini nelle città, gli stessi che vanno poi a sbattere contro braccia pelose, fucili da caccia e donne con forse qualche pelo in più sopra le labbra ma dal fascino cristallino.

Non ci sono macchine sputa- soldi nelle vicinanze, per quanto i passi si perdano per le viuzze deserte. E ormai è questione di tempo, prima che i pezzi di carta finiscano. Ecco che ci giriamo nuovamente, m-ma-ma quello è il ragazzo.

Il ragazzo, ancora

Il ragazzo, ancora
Il ragazzo, ancora

Un energumeno cammina portando il suo naso a patata come uno zaino incastrato alle orecchie, su per la salita dei gelsomini. Con quel naso sarà stordito dall’odore. Lo riconosco dalle scarpe, le stesse che qui umilmente dispiegano i fatti e gli umori di questo venditore. M. sta lì, affacciata, senza sospettare nulla, aggrappata alla sua espressione triste. S. potrebbe semplicemente fischiare, urlare dal bar, dirle di scappare. Ma chi è lui per lei in fin dei conti? Non è che un altro degli inseguitori, solo più paziente di capire il perché.

Una voce

Poi, come se sentisse una vocina, dietro di sé, ecco che M. si gira. Corre verso il letto, poi nella stanza. Butta due magliette dentro uno zainetto e scappa dalla finestra. Giusto in tempo, mentre il naso a patata bussa forte alla porta. Un bussare che anche da lontano sembra il battere di una scimmia gigante su un vetro. La porta cede, si inchina sui suoi stessi cardini al peso delle scimmie. Il ragazzo va alla finestra, lo sguardo di chi non capisce, la rabbia cieca di uno squalo che fiuti il sangue.

Guarda in alto, i suoi occhi si bloccano su S. che sente piccole gocce di sudore freddo scivolare dietro le orecchie e colare dal collo fino ai piedi. Però non può vederlo, il sole è troppo forte alle sue spalle. Non può vederlo, eppure tiene gli occhi puntati verso di lui.

Non può vederlo

Non può vederlo, ma sembra lanciare un’occhiata tutta d’odio. Come avrà fatto a trovare M.? Deve averlo seguito all’obitorio, deve averlo fiutato. Come ha fatto a non capirlo subito? Deve trovare una soluzione in fretta, deve. Ma cosa?

I piedi di M. toccano terra, corre verso le porte dell’Hotel Blu. Starà andando a prendere la macchina, non c’è tempo da perdere. I piedi sono già piccoli tamburi giù per le scale.

— E la prossima settimana… —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Amore_disperazione_corri!

Corri!

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La fine

Morire è così semplice che nessuno desidera essere il prossimo nella lista. O troppo complicato, forse? È probabile sia solamente la paura di scoprire troppo presto di essere soli, senza alcun appiglio nel mondo.

La disperazione

A volte non si può nemmeno tentare di appigliarcisi da vivi, a questo timore. Sepolti, non-morti in una realtà nauseante e pronti ad inforcare il mono-ciclo delle bugie per fingere di capirci qualcosa. Allegri onestamente più per disperazione si lascia indietro chi, fermo ai margini del nostro immaginario mondo perfetto, ha fatto della disperazione uno stile di vita.

Felicità

Brillante carriera negli studi e lavoro fisso, con un uomo su cui riversare quelle passioni turbolente che spesso vengono scambiate per amore, M. non era certo disperata. Senza dover usare sinonimi, M. fino alla mattina di maggio dell’unico anno in cui nell’isola decise di piovere tutti i giorni del mese, era felice. Una felicità non da film o cartone animato, più la felicità descritta dalla lentezza ed eleganza di un libro.

Amore

Un’allegria spensierata, personale, che vi è impossibile immaginare solo perché M. per voi è solo un nome. Come lo è del resto quasi tutto ciò che vi scintilla intorno e si dissolve tra ombre e luce. Questo nome era innamorato di un tizio dai capelli sempre bagnati di un gel vischioso e dall’odore pungente di pino selvatico.

Il riccioluto

Mai stato amico del pettine, il riccioluto aveva intenzione di usare questa sua peculiarità per entrare nelle grazie di quante più persone del genere femminile gli fosse possibile. Chiaramente queste fantasie di conquista erano ignote alla felice M., tutta presa dagli origami, dal suo studio all’Ospedale Vecchio e un irrefrenabile gusto per l’opera lirica. Quest’ultima passione la vedeva commuoversi davanti ad un farfallone amoroso che viene mandato in guerra, piuttosto che di fronte ad un gobbo e alla sua maledizione.

L’opera

È durante una di queste rassegne di pianto silenzioso, quella in cui un clown si guarda allo specchio per la prima volta, che entra in gioco il caso. O meglio, una serie di casi si incastrano gli uni negli altri fino a formare una catena, un piccolo fiume che inizia a scorrere. Come la pioggia ininterrotta, che da giorni ormai martellava l’isola fuori dalle grandi porte in legno del teatro. Ciò che deve accadere accade, si dice.

Tramuta in lazzi

lo spasmo ed il pianto,

in una smorfia il singhiozzo,

e’l dolor-Ah!

Il fato

E con uno schianto ecco cadere a terra rosso in volto il cantante. Le lacrime erano ancora visibili sulle guance del Maestro, quando il dottore corse sul palco, seguito da un venditore di anime. La gente si muoveva su e giù dalle poltroncine, inquieta, piccole api sorprese dal fumo accecante degli avvenimenti. M. invece non si muoveva per nulla. Mai, mai prima d’ora aveva lasciato un’opera a metà. Seduta, aspettava invano

Ridi pagliaccio

Che però per lei era destinato fatalmente a non arrivare. Lentamente, una sensazione di angoscia iniziava a farsi largo nel petto. Come uno spiffero di aria gelido tra le pareti tiepide dei polmoni, una sensazione strana che alcuni conoscono come crisi d’ansia o d’anima. Doveva uscire da quell’immensa orrenda messinscena. La pioggia fuori batteva ancora forte, ma l’aria era più fresca, respirabile. Neanche l’ombra di api- persone e di quel fumo che le aveva ottenebrato la vista.

Solo qualche passo in più

Per fortuna il teatro era a pochi passi dal suo appartamento, dietro la via con i tre palazzi, in un quarto piano dalle tendine colorate. Doveva aspettarla una stufa a gas per asciugarsi, un libro e chissà, perfino qualche coccola.

Girata la maniglia, invece della stufa, trova due corpi avvinghiati e sudati, tutti tesi a riscaldare l’appartamento con il loro calore umano. Lui era il già citato riccioluto, mentre lei una studentessa dai denti sporgenti.

C’è chi non si è mai ripreso dall’adolescenza, chi non ha mai imparato ad elaborare il lutto e poi c’è M. Per lei e quelle come lei, sarà difficile guardare negli occhi un uomo senza pensare a quell’assurda fregatura che un tempo chiamava amore.

Amore_disperazione_corri!
Amore_disperazione_corri!

E se Arlecchin t’invola Colombina,

ridi, Pagliaccio,

e ognun ti applaudirà

Un senso?

Non si contano da allora i minuti, le ore o i giorni spesi a cercare un senso, senza fortuna. Forse perché contare i minuti non è poi così sensato, quando c’è un orologio che è nato proprio per questo. La mistificazione della perfezione, la decisa convinzione di essere finalmente dalla parte giusta del muro, crolla come in un secondo 1989. O, più semplicemente, come un castello di carte. Si apre una finestra e l’intera impalcatura collassa.

Quasi un anno dopo, sul tavolo della dottoressa M., ora medico legale di un piccolo paesello in provincia del nulla, viene collocato il corpo di un dottore con la carotide recisa.

Ed era come sempre, come da giorni ormai, immobile

Sveglia!

Nulla, dal comodino non so dire se stia dormendo, piangendo o pregando in silenzio

Sveglia!

So solo che l’anima nascosta nel mignolo reciso prova a scuotere il torpore

Ed era come mai prima, scossa, persa tra pensieri non suoi

Sento un fruscio, ecco le coperte si spostano, facendo spazio alla sua sagoma. Con un fruscio le lenzuola cadono a terra e due mani mi stringono, riflettendo sul quadrante una faccia incredula. Ebbene si, sono ancora il contatore del tempo, l’enumeratore dello scorrere lento del reale.

Il viso diventa sbiadito mentre il suo alito caldo mi fa perdere lucidità. Le mani, proprio le mani tremano e mandano la sua figura ancora fuori fuoco. Non sono certo occhi i miei che la osservano, ma sono comunque qui come un frammento di realtà. A volte da buon orologio da polso vorrei sapere se esisto davvero, se sono davvero in qualche luogo adesso e se le storie che racconto abbiano per chiunque un minimo senso. E se mai il tempo stesso ne abbia uno.

Ben svegliata, dobbiamo parlare

Ecco la voce provenire ancora dal piccolo panno colorato di sangue sulla sponda del letto. Due mani di donna tremanti l’hanno lasciato cadere. Le stesse che ora mi tengono stretto, come un antico legame con una realtà scomparsa. L’ultimo secondo dell’ora notturna passa inesorabile, lento ed elegante.

Tac

E dunque non mi parlerai?

Gli occhi rossi sembrano guardare lontano. Quella voce, quel panno macchiato sul letto non sembrano essere reali.

Poi

Chi sei?

Bene, sei viva!

Esclama il panno intriso di sangue del dottore dalla sponda. Per poi continuare, poetico

Sono un’anima rubata, regalata, rubata ancora. Sono il malsano tributo riservato dagli uomini a chi non considerano esseri degni di scelta. Il mio destino era chiaro, coerente. Ora mi ritrovo a pezzi, insanguinato, ai piedi del letto di una donna che crede d’essere impazzita

Tic

Perché hai scelto me?

Tac

Ecco finalmente una domanda cui saprò rispondere. Nella stanza c’eri solo tu quando mi sono svegliata

Tic

— La prossima settimana… Il Ragazzo, ancora —

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

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Umano_Human the restaurant

Umano

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Il ristorante

Cibo vero?

Tra un tavolo e l’altro si possono contare tre passi. Ogni tavolo è di legno, quadrato e con una piccola tovaglietta e una piantina di plastica coperta da un sottile strato di polvere. Due passi e S. taglia il fiato a metà con le labbra arricciate, inorridito da tanto rumore umano. Piedi calzati da scarpe da ginnastica sporche di terra invadono la sala muovendosi tra i tavoli, mentre le bocche intessono conversazioni disciolte le une nelle altre fino a non distinguersi più l’una dall’altra. Un brodo umano fatto di poca pasta e tanto sapore. Discussioni accese, denti ingialliti dai troppi caffè e dalle coppe di vino della casa.

Tracce

Tutti con un sorriso tracciato tra le rughe del volto, molto più profondo di quanto si pensi. Alla morte aprendo il viso di un essere umano si possono leggere più cose che nel suo diario più intimo. Se ad esempio troppo spesso ha dimenticato come sorridere, questo sarà avvertito nella mancanza d’uso dei suoi muscoli facciali. Mentre chi corruga la fronte più del necessario vedrà quei suoi muscoli forti e in forma, lasciando una traccia inconsapevole se uno desiderasse leggere quel capitolo della sua vita. Le rughe dunque fiumi, strade invisibili, passaggi naturali ed obbligati per accedere alle passioni.

Un nuovo mondo

Visi rossi, rubicondi, scollature che brillano di sudore e braccia tatuate elevano gorgheggi, pizzichi di risate sbottando sugli schienali di legno delle sedie in stile Caino e Abele. Troppo, per chi ha camminato fino a ieri su pavimenti lustri di cera, bianchi e insonorizzati.

Addio piccolo Cherubino. Come cangia in un punto il tuo destino!

La folle journèe

Si, sembra proprio una giornata folle, iniziata in un vagone della metro, continuata fuori dalle ombre dei palazzi, su un altro treno un po’ più rumoroso del primo. E ora la campagna, il luogo scoperto dal sole e ricordato dai cittadini solo quando le nuvole scure delle macchine diventano una maschera irrespirabile. Poi due scalini e via, fuori, alla fermata.

Stazione centrale di T.

Sembra tutto sotto controllo, per ora. Però la fame e la sete sono fratelli sodali, si scambiano qualche gorgoglio nello stomaco e tirano le budella fino ad annodare la gola.

Cherubino alla vittoria! Alla gloria militar!

Inizia la battaglia per la sopravvivenza. Un ultimo passo verso la trincea, il contatto umano. Quello vero, quel tocco che solamente i bipedi forniti di naso e dita dal pollice opponibile sanno creare. Parole.

Salve

Un bisbiglio sonoro udibile solo dalle tre mosche che si prudono il muso in attesa di attaccare una mollica di pane su un tavolo lì accanto.

Salve

Stavolta più forte, tanto che il richiamo non può sfuggire all’animale- oste, spaventando i tre insetti che si allontanano di malavoglia dal pasto croccante. L’uomo dal naso bitorzoluto e senza un orecchio propone un cavernoso

Uh

Come risposta. È già qualcosa, comunque. Sento i passi che indietreggiano fin quasi ad inciampare. Sono un paio di scarpe preda del delirio di un paio di piedi insicuri.

Potrei avere un tavolo?

Ora la voce del venditore si fa più sicura, il sopracciglio si incurva il tanto giusto da diventare imperioso. Lo sforzo comunicativo è imponente. L’attesa per la risposta passa attraverso una serie di stadi intermedi di comprensione del cervello primitivo dell’oste mono- orecchio.

Uh

Insieme ad un cenno del capo sembrano voler indicare un tavolo piccolo, rotondo, perciò diverso dagli altri quadrati che riempiono la piccola sala rumorosa.

Si, un altro mondo

Certo, non è il bianco materiale asiatico cui ci si era abituati, ma bisogna ammettere che l’oste ha fatto certo del suo meglio per trovargli una sistemazione adeguata. Sul tavolo troneggiano una piantina di plastica morta e un posacenere- noce- di- cocco. Seduto, in mezzo alla confusione, lo sguardo sicuro del domani si perde, girovagando e rimbalzando tra le bocche trita- cibo e le conversazioni trangugiate in tutta calma.

Chi ha ordinato?

Non credo abbia ordinato, eppure di fronte a sé appare un piatto fumante che sembra contraddirmi. Forse è un ordine silenzioso, come dire

Faccia lei

A volte basta un’occhiata per risolvere queste situazioni. In fin dei conti la fame sta bussando sonora alle porte dello stomaco e dunque questo pasto è più che abbastanza.

La gamba sinistra non fa che balbettare il suo nervosismo nella lingua muta degli arti inferiori, avendo come unico effetto il farmi sentir parte di un enorme singhiozzo

Salve

Umano_Human the restaurant
Un cibo umano, al ristorante

E come ogni singhiozzo, sembra aver bisogno di un piccolo spavento per arrestarsi. Un signore dai calzini fucsia e dalle unghie pulite guarda dritto negli occhi S. aspettando una reazione.

S. Salve

Non si riesce a capire se questa Esse sia parte del nome o ancora del balbettio singhiozzante che dagli arti inferiori ha deciso di rigurgitare alle labbra. Che sia una presentazione spicciola?

Posso sedermi qui con lei?

S- Si accomodi

Non credo sia una presentazione. Sembra più il balbettio.

Si trova a suo agio?

La voce è profonda, come portata in superficie da un secchio di legno marcio e una carrucola arrugginita.

S- Splendidamente

Eppure ha una faccia

Oh, le assicuro che tutti ne abbiamo una

Non ha tutti i torti. Però sembrerebbe che la sua abbia visto cieli migliori

Il rumore delle conversazioni, del cadere delle forchette nei piatti, i brindisi e i pianti dei bambini rendono questa conversazione quasi sospesa, surreale.

La verità è che questo per me è un mondo strano, sono un alieno. Vengo dalla metropoli

Ah ecco, mi sembrava

S. e sono un venditore di anime

Sporge la mano dall’altra parte del tavolo. Non conosce tanti altri modi per presentarsi, in fin dei conti è appunto solamente un venditore.

Chi?

Un venditore di anime, anche se ormai non so più…

Ma no, dicevo il mio nome è K.I. Cappa- I.

Oh, mi perdoni… E cosa fa lei di mestiere?

Sono un mediatore

Un mediatore? Tra chi?

Tra ciò che lei sa e ciò che vorrebbe scoprire

Mmm un venditore di lampade e nasi, dunque

Solo nasi, per la verità. Le lampade le lascio a lei

Anche lei dunque non è di queste parti

No, prima non tolleravo più il frastuono, ora mi fa impazzire la quiete

Interessante

Senza difese

Tutta questa conversazione, questo parlare, ha quasi distrutto le difese di questo signore dai baffetti appuntiti. In tutto questo caos, chi può mai essere un signore tanto distinto e allo stesso tempo dall’aria così feroce?

Ma certo, come non averlo intuito prima. Occhio attento, mascella serrata, un grosso pugno grande quanto un pompelmo. Può essere solo un poliziotto. O un cercatore di tracce.

Si alza lentamente, lasciando scivolare un biglietto da visita sulla tovaglia a quadretti.

Sa dove trovarmi, buon appetito

E prima che S. possa rispondere, è già un’ombra che scivola silenziosa e invisibile fuori dalla porta.

Sul tavolo, il piatto non fuma più.

— La prossima settimana… Amore, fuga, disperazione! —

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La fuga_ the crowd

La fuga

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Pance, schiene

Ogni essere umano, ogni cultura che impari a non calpestare l’erba, deve per forza imparare a convivere con la solitudine e con la mancanza di spazio. Il paradosso della civilizzazione. C’è chi ha trovato come naturale soluzione a questa cronica mancanza quella di ammassarsi pance contro schiene, diminuendo l’estensione della folla in palle informi di uomini e donne.

La moltitudine

Come una scatola di cioccolatini animata, queste teste si muovono e brulicano su scale mobili e vagoni ferroviari, lasciando però intatte biblioteche e piccoli teatri. Una folla che non sa gocciolare, ma solo fluire. Altre culture hanno inventato altri modi per moltiplicare lo spazio personale, in assenza di aree ancora vergini. Non hanno desiderio che pance e schiene si ritrovino sempre attaccate, come a soffiarsi nell’orecchio. Un amore che in queste latitudini è considerato scandaloso.

I rettangoli di luce

Non che possano fare diversamente, gli esseri umani per quanto piccoli possano essere occupano una precisa area personale. Ecco dunque qual è il ruolo delle cuffie, dei rettangoli di luce e dei colori delle pubblicità. Uno sguardo verso uno specchio cieco che insonorizza, addolcisce le ombre, partorendo vite molto meno miserabili di quelle che si è abituati a vivere. Pance contro schiene. Così diventano allegri, spensierati, gratificati dal successo ottenuto dai loro alter ego. Queste ombre almeno non devono solamente camminare con i loro piedi, starnutire e bestemmiare il loro lavoro. Questi riflessi di vita non devono alienarsi ripetendo come a farsi coraggio

Io non sono qui

Tranquillizzati dalle loro foreste- gioco, mondi- allenamento e stadi- castello, queste pulci dimenticano di essere in cerca di sangue. Si convincono di essere piloti, pirati, grandi giocatori di sport di palla o racchetta. Da insetti a dèi con il solo tocco su un rettangolo colorato. Come attori che si rifiutino di lasciare il set, convinti di essere davvero il personaggio che il regista desidera che questi siano.

Dal finestrino

Schiacciato tra altri uomini- moltitudine, entità- metropoli, l’uomo del domani guarda fuori dal finestrino. Il treno lascia che le luci rimbalzino l’un l’altra, lanciandosi messaggi silenziosi. Onde che riflettono un sole tramontato da tempo, ormai. La notte è infatti un mare d’inverno, freddo e silenzioso. Un film in bianco e nero visto alla tv, direbbe una certa L. Lentamente S. lascia arrivare alla superficie di sé quell’istante di paura. Dai, forse non era paura, quell’uomo grossolano e balbuziente può solo avergli fatto pena. Eppure le parole del gigante arrivano come piccoli punti di spillo tra i pensieri accomodanti

Tu mi hai rubato l’anima, preparati a morire

Certo, magari non proprio queste parole, ma gli ricordano qualche film visto da bambino. I ricordi sono così arbitrari, soprattutto quando si tratta di ricordi cuciti sul cuoio della paura. Anche lì si parlava di vecchi conti in sospeso, la morte di un padre. Eppure quella era realtà, è facile ricordare, pure tra i filtri della paura, tutte le ombre intorno e quegli occhi. Quei fossi infiniti sotto un cappello a tesa larga. La risposta? Beh, la sua risposta non è stata di quelle che si leggono nei manuali di comunicazione, ma è stata comunque una risposta

Quale anima?

Hmpf

Tu… tu sei… quel ragazzo?

Per la prima volta sento la sua voce incrinata da puntini di sospensione, sospesa tra parole che non vogliono germogliare. Finalmente, entrando in quella sala di obitorio ha capito che c’è solo un’anima che cerca. L’anima di suo padre è la risposta ad ogni domanda passata o presente. Ed ora questo energumeno vuole portargliela via, ancora una volta. O almeno questo è quello che sembra volere, in quel modo tutto suo di farfugliare sotto il cappello.

Tuuuuuuuuu-p

Esclama il telefono

Tuuuuuuuuu-pp

Ripete, apparentemente un po’ più seccato il telefono

Ancora per un po’.

Dai, rispondi

Tuuuuuuuuuuuu-ppp
T-clack
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

L’apparecchio pareva essere diventato un balbuziente arrabbiato.

Poi il silenzio, con il telefono dimenticato sul tavolo.

Partire, doveva partire

I passi che si facevano lunghi nella stanza, o magari è semplicemente quest’ultima ad essere piccola. Doveva partire, la valigia finalmente pronta. Doveva partire, le chiavi sul tavolo. Doveva partire, non c’è più tempo. Questo andava ripetendo senza sosta per qualche ora. Prima che quell’energumeno lo venga a trovare ancora, prima di perdere le tracce di quella donna e di quel mignolo mozzato.

Tutto cambia

Il medico sembrava essere la soluzione, ma gli è sfuggito di mano. Di mano, no, per la precisione di dito. Un dito mozzato, che di certo nasconde qualcosa. Le tracce di sangue sono sparite ad un certo punto, ma bisognerà riprendere le ricerche. No, correre, deve correre, non c’è più tempo. Voleva avvisarla, avvisare quella donna dai capelli così scuri e dal vestito sempre così blu. Ecco, prendeva le chiavi, la sua piccola valigia grigia e

Blam

La porta urtò con forza girando sui suoi stessi cardini e chiudendosi all’interno. Fuori, i miei piedi scendevano veloci un pianoforte dai tasti tutti bianchi, una musica di passi difficile da seguire. Ecco poi il tram, preso al volo, che si muove e in mezzo alla confusione di pance e schiena, ora.

Una lettera

La fuga_ the crowd
La fuga_ the crowd

Qualcosa nella giacca, una lettera che profuma di lavanda, di carta blu. Non deve essere piacevole, perché la lascia cadere e si mette le mani al volto. La lettera scivola qui, vicino a questo umile paio di scarpe e dice

Caro S.

Mi mancano le nostre piccole uscite del sabato sera. Vederti a lavoro, sempre così sorridente. Mi mancano anche i nostri silenzi, i tuoi baffetti che sembrano temperati. Capisco però, proprio dai tuoi silenzi, che c’è qualcosa di più importante. Non preoccuparti per me, sarò ogni giorno alla macchinetta del caffè, seduta ad aspettare che tu ritorni. O magari sarò sempre là, con te.

La tua donna in blu,

N.

P.s. Le chiavi di casa le ho lasciate nella cassetta delle lettere.

Non ritorno, fuga

E quello è il punto di non ritorno, quando la città sembra diventare solo un mostro dalle narici aperte a fiutare la paura. Quando ogni muro trasuda sporcizia, quando anche gli sguardi della gente sul vagone diventano opachi. Tutti riflessi sui loro rettangoli, attaccati a dei cavi come a ricaricarsi. Ora vorrebbe che i ristoranti avessero del cibo, del cibo vero, piatti sui quali chiacchierare e urlare. Ora vorrebbe correre al cinema e guardare qualcosa che non sia pubblicità. Stringere la mano di N., nel buio, lasciandosi andare ad esplorarne le dita fini, la mano piccola dalla pelle morbida. Ora vorrebbe scappare, o vivere, o entrambe le cose. Abbozza un sorriso, niente è perduto. Mormora

Si, so dove andare

Lasciando gli altri passeggeri perdere l’attenzione per qualche istante dai loro giochi- mondo, perdendosi per un istante nella realtà. La realtà vera, dove pance e schiene sono unite, dove un matto parla da solo su un treno.

Tucutlun

Tucutlun

Tucutlun

E le rotaie spariscono dietro i palazzi come a voler dare profondità ad un disegno

Si, so dove andare

E la prossima settimana… cibo umano!

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The hat_ il cappello

Il cappello

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Al mercato

I mercati sono colorati, colmi di quel vociare che non tutti sanno riprodurre, che so, in un film. Per alcuni basta ripetere

Rabarbaro

M. il medico_ The doctor

Il medico

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Sono un umile orologio da polso

Il tempo

Il tempo non è altro che un ritmo. Più ingombrante lo spazio, più sarà semplice vedere questo movimento dilatarsi fino quasi a dissolversi del tutto. Qui, dunque, in questo mini spazio controllato, il tempo risulta essere minuto, piccolo. Un nano di tempo, nel grande circo di luci e pianeti. Non si fa in tempo ad aprire una porta ed ecco che qualche secondo sembra volare via, insieme con qualche corpo bianchiccio o giallognolo.

Il cinema

Il cinema, la pubblicità

Il cinema

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Le sale dei cinema sembrano somigliarsi, con le stesse dimensioni e con il medesimo schermo della stessa grandezza. I film nei cinema cambiano, ma senza davvero variare il copione. Gli attori stessi sembrano scelti da una mano meccanica in una grande macchinetta per peluche- attori che sceglie a caso.