Il cappello

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Al mercato

I mercati sono colorati, colmi di quel vociare che non tutti sanno riprodurre, che so, in un film. Per alcuni basta ripetere

Rabarbaro

Tutti insieme così da creare l’atmosfera. Chi conosce i mercati sa bene che non è così. Non sarò utile come un paio di scarpe o preciso come un orologio, ma so bene come si urla in un mercato. Ancora meglio, so come si presenta l’inverno nei mercati. E’ una sensazione familiare, quando improvvisamente divento importante. In questo chiacchiericcio incontrollato e vociare umano, qualche arto mi tira via, mi cala sul capo e si rimira nel suo riflesso. Non ho certo pareri da dare, ma questo signore ha la testa troppo grossa, mentre quell’altro ha la fronte alta e sudaticcia. Rischierei di scivolare ad ogni soffio di vento e ritrovarmi, che so, in una qualche pozzanghera tutto fradicio. A quel punto chi si prenderebbe la briga di raccogliermi? Non c’è più rispetto per i cappelli, anche per quelli eleganti per signori.

Una bella testa

Ecco però questo ragazzo che si avvicina, dall’aria torva. Non sarà bellissimo, ma ha una bella testa e questo basta e avanza. Qui siamo in tanti, per quanto io mi senta quello più elegante, tra i cappelli popolari. Abbiamo un magnifico Panama, che farebbe inchinare il capo al miglior Roosvelt, qualche paglietta, una bombetta, l’immancabile coppola e l’intramontabile borsalino. Ecco, lo dicevo io che attiro sempre. Mi preme, sento la nuca che aderisce perfettamente, tira la tesa sul davanti, come a coprirsi il volto.

Umpf

Bofonchia soddisfatto all’addetto, un ragazzo cui riesco a vedere la nuca da quassù.

Fanno trenta

Dice la nuca.

Umpf

Risponde seccato il ragazzo, con ancora il cappello indosso.

Va bene, le posso abbassare il prezzo a 25

Umpf

E per tutta risposta si toglie il cappello e mi appende al muro. Ma no, nuca che non sei altro, inseguilo, ha una testa che sembra fatta apposta per me. So per certo che ha una qualche storia da raccontare. Con un capo del genere, figurarsi dove finirà l’altro, di capo.

E va via!

Aspetti, aspetti, che fa va via? Ma no, si scherzava, questo cappello sarebbe un delitto non darglielo. Ma aspetti, insomma, prenda qua. Facciamo 20?

Umpf

Risponde il ragazzo, appagato. E così l’affare è fatto, la nuca si riempie di rughe felici e noi si esce a passi larghi e veloci da questa moltitudine urlante.

Quel viso, quel viso

The hat_ il cappello
The hat_ il cappello

Quel quadrato, quel cubo da risolvere per ogni lato e ogni colore perso. La porta si apre, spalancando così un odore di polvere dimenticato e carta; piccoli frammenti di muro, bianchi, lasciano una scia di coriandoli tristi. Ecco un carnevale in bianco e nero!

La stanza è semplice, con un piccolo letto e un tavolino rosso. Sulla porta un disegno di un elefante, scolorito appena dal passaggio del tempo.

Lo sguardo si incurva, la schiena si inginocchia, per cercare un cassetto. All’interno, fogli sparsi alla rinfusa, il lato oscuro che sembrava dimenticato, dando le spalle al sole.

Elefanti, foglie e alberi, nuvole, montagne e tuberi, ma in tutto questo ben di dio disegnato neanche l’ombra di un volto. So che cerca un viso perché non fa che ripetere fra sé e sé

Quel viso, quel viso

Noi cappelli non sappiamo molto delle cose del mondo, siamo semplici aggeggi che riparano dal sole. Però so per certo che i visi hanno un ovale, un naso che ne occupa una buona parte, poi due strisce rosse o scure orizzontali con cui i visi lanciano grida per chiamare macchine gialle. Due cosi sopra il naso colorano il mondo e due cosi morbidi ai lati catturano i suoni e li imprimono. Nonché, spesso reggono i cappelli.

La mia personale opinione è che questi fili colorati chiamati capelli non sono altro che un altro cappello, con una “p” in meno perché dopo un po’ cadono. Io invece non cado mai, al massimo vengo lasciato per un po’ in un armadio o una scatola, ma poi il freddo torna a pungere e una piccola “p” in più sembra essere necessaria.

Un viso, finalmente!

Ecco! Questo è un viso, quello che questo ragazzo ha appena trovato nel cassetto. Lungo, con un naso che sembra un dito che voglia zittire, fine fine. Due baffetti aprono le virgolette sopra le labbra. Quanto mi donerebbero quei baffetti, con un cappello come il mio sarebbero delle star. Le mani iniziano a tremare, quando leggono un piccolo appunto scarabocchiato sulla destra del foglio bianco

Seguilo. Il suo nome è S.

E la prossima settimana… La fine (del secondo capitolo)

Leggi il primo capitolo!

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da a Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

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