Caffè, routine e un Capo

Si, è proprio un capo!

Chi di voi avesse dimestichezza con i cavadenti saprà che, qualsiasi sia il loro genere o la loro esperienza, vanno in bestia per un nonnulla. Basta che voi succhiate una caramella o fumiate e questi diventano intrattabili.

Si muovono sulle loro sedie bianche, corrugando la fronte sopra le mascherine color lavanda. Come dimenticare però quel fantasma che si insinua nelle vite umane, drogando i risvegli e rendendo l’odontoiatra non solo nervoso, ma perfino inorridito?

Si, mi riferisco al caffè, acerrimo nemico dell’igiene orale.

Proprio al mattino, però, questo fluido miracoloso esprime al meglio la cultura nella quale viene consumato. Potete berlo lungo o corto, dalla chioma color latte o dallo stomaco ghiacciato.

Il ristretto, cui si aggiunge dello zucchero, come a voler abbracciare il papà e la mamma insieme. Bambini, si girano a destra verso le morbide braccia della mamma e i suoi capelli odorosi o a sinistra per sentire un braccio possente che possa difenderli dagli incubi.

Molti consumatori del suddetto liquido scuro si sciacquano la bocca prima o dopo con un bel bicchier d’acqua. Sono riti e gli umani li adorano.

Esiste poi una categoria tutta particolare che, pur non disdegnando un bell’espresso, si interessa di caffè in tazza grande. Spesso i consumatori della bevanda energetica hanno delle tazze di cartone da poter portare con sé negli abitacoli delle macchine.

Una fedele compagna, la tazza, nelle interminabili attese nel traffico. Il traffico non è altro che un affannarsi di tazze di caffè nascoste.

S., colui che annoda i miei lacci ogni giorno, fa parte di una razza aliena. Né tazze piccole né grandi lo definiscono, prepara il suo caffè e lo imprigiona in un thermos.

Ogni mattina riempire questo piccolo contenitore segna l’inizio della giornata e si somma ad altri riti quali controllare il peso corporeo, lavare il corpo molle e le ossa scoperte, allungarsi su un tappeto e infine addentare una mela.

Per essere un venditore efficace è di fondamentale importanza prestare attenzione ad una rigida routine. Ogni mattina si creano squadre di lavoro, si vende, si controllano le vendite della settimana.

Solo in un secondo momento arrivano le lezioni, le riunioni, le discussioni, prima del rito del giorno seguente e della conseguente mela.

Sorridere. Sorridere è davvero l’arma in più, quella che fa decidere un acquirente tra un J. qualunque e un S. Scoprire i denti, ma non troppo. Il tanto giusto da ammaliare senza intimidire.

I lacci stretti, le suole pulite, l’uomo del presente ha un passo costante. Fa pensare a quelle nuvole che si avvicinano senza fretta alle montagne. Tra le vie alberate e i marciapiedi immacolati come sale d’aspetto, cammina disinvolto e con il naso che sfugge le sopracciglia dei più sfrontati.

Si perde facilmente il senso della realtà, deambulando con i lacci ben stretti tra le vie dei quartieri più esclusivi. La sensazione è di essere al sicuro, sempre sull’orlo dell’ultimo scalino del portone di casa.

Non appena questi lacci dondolano fuori dai gradini, sento i piedi meno sicuri, avverto le spalle incurvarsi. Noto il cambio repentino della postura ogniqualvolta un uomo dai denti d’oro o un immigrato sospetto si avvicina un po’ troppo.

Soprattutto la sera, quando un personaggio fuori contesto spunta dietro un lampione, è allora che il collo dell’uomo del domani si fa più curvo. Tutta l’insicurezza viene a galla, bollicine di umanità che gorgogliano e sussurrano.

In fin dei conti sento questo modo di istruirsi al comportamento fuori dai gradini più conosciuti come un gran talento. Ogni mattina sceglie ogni accessorio, dal profumo “I.L.Capo” alla cravatta, con l’idea di creare un’aura di invincibilità.

Il suo sorriso ignora o sceglie di ignorare tutto ciò che è successo prima. Il passato è passato, il presente è tutto ciò che conta.

Con un balzo siamo finalmente arrivati in una stanza- ufficio dai colori netti. Bianco e marrone spiccano, definendo l’idea di professionalità che si respira già nell’aria dall’ingresso.

Il classico ufficio con una pianta che sembra una patata con le foglie larghe e la foto di qualche figlio e qualche mamma. Le foto non sembrano riflettere l’allegria che uno si aspetterebbe, però danno un tocco di familiarità ad un ambiente altrimenti ospedaliero.

Questi sono gli ambienti che, piaccia o meno, catalizzano giornalmente milioni di umani. Luoghi in cui le parole sono state svuotate e rimpiazzate da bicchieri monouso, bottiglie d’acqua da sei litri e slogan dai punti esclamativi.

Qui le conversazioni iniziano e finiscono senza che nessuno se ne accorga davvero. Tutto è un preambolo, le idee sono edulcorate, liofilizzate, le battute create ad arte per sogghignare isterici ed educati. Confusi, perfino.

Confusi come S., che si siede e cambia posizione tre volte a stretto giro. Poi si alza, stringe vigoroso la mano del suo interlocutore e si siede nuovamente continuando il suo balletto a due con la poltroncina. Il silenzio non è contemplato, sarebbe inaccettabile tra venditori.

Il silenzio va appiattito sotto note pesanti, una musica che schiacci il tutto, oppure i vari blabla scelti per sparare granate sulle montagne di ghiaccio della comunicazione.

<<Come va il tutto?>>

Esordisce così, S.

Il tutto cosa, poi, mah! Comunque, il Capo ufficio per protocollo risponde in maniera formale, aspettandosi risposte altrettanto innocue da parte dell’interlocutore.

 Non c’è tanta differenza tra questo e un BOLLA, non vi pare?

<<Benissimo, grazie. E lei?>>

<<Tutto bene, grazie. Cerco di…>>

<<Certo, certo. Bene, bene.>>

Il Capo non ha tanto tempo da perdere, anzi non ne ha affatto. Così continua come per chiudere la discussione.

Il Capo incontra S. e la storia di Anime Vive inizia a prendere una piega inaspettata.
Il Capo incontra S.

<<E non le ho ancora parlato del nuovo ristorante qui vicino. Fanno un silenzio che neanche si immagina, signor F.>>

<<S., sono S.>>

<<Si, si. Certo, certo. Bene, bene. Naturalmente. Comunque.>>

Se da una parte della scrivania non si registra nessuna nota di emozione, nessuna vibrazione delle gambe o dei piedi, sopra di me queste gambe tremano. Un piccolo terremoto da ufficio.

L’uomo al momento privo di emozioni indossa mocassini bassi e larghi. Con quei piedoni là, non è la scelta più opportuna, la tomaia sembra litigare con la suola, il grasso dei piedi che trasborda bianco come pasta di pane. Però sono mocassini costosi.

L’uomo dai piedi di pane fissa S. con l’occhio ora attento, ora perso sulla sua orecchia destra. È alto anche da seduto, il Capo e con le sue mani incrociate in grembo sembra un lottatore di sumo prima di iniziare una lotta.

Qui però non c’è alcuna battaglia, eccezion fatta quella tra le goccioline di sudore che si insinuano tra il colletto e la schiena di S. I baffetti si muovono ora a destra, ora a sinistra, come a scacciare delle minuscole mosche invisibili. Naturalmente questo gioco di sguardi, seppure camuffato in una foresta di parole senza senso, è creato ad arte.

La scrivania, la poltrona, le luci e la pianta- patata. Tutto sembra voler indicare un vincente ad un lato della scrivania e un povero mendicante dall’altra. Un capo da una parte, mentre dall’altra sta forse un piede, un ginocchio. Una spalla, chissà.

Ecco in mezzo al rumore di fondo, finalmente, qualche informazione interessante.

<<Come lei sicuramente saprà, signor L.>>

<<S., sono S.>>

<<Certo, certo, mi perdoni. Come certo lei sarà al corrente, gentile signor S., lei è in un elenco di possibili candidati alla carica di Vice Capo.>>

Il terremoto da ufficio è un duetto in cui le gambe non sentono ragioni. Le goccioline sembrano ora fiumi in piena, scendendo come ruscelli di montagna tra le scapole. La stanza sembra troppo calda, la scrivania rotonda, esistono solo gli occhi di ghiaccio del Capo.

Tutto svanisce, la stanza, la pianta- patata e il nervosismo. Il sogno si sta concretizzando, il futuro profuma più del presente.

<<Negli ultimi cinque anni l’abbiamo monitorata. Le sue lezioni attraggono sempre più studenti e lei produce il maggior numero di venditori vincenti dell’intera compagnia. Tutto questo ci ha portati a ri-considerare il suo profilo come non adatto al ruolo di Vice Capo.>>

Le gambe smettono di tremare, il ruscello sembra fermarsi d’un tratto, la scrivania riprende la sua forma rettangolare e la figura e gli occhi del Capo si fanno nuovamente lontani.

Il suo sogno sembra svanire d’improvviso, un pupazzo di neve che si ritrova nudo, sotto il sole, senza più un destino e senza più quel dolce profumo di futuro.

Se sei curioso di sapere come continua la storia e di vedere il muro della Animae, continua a leggere!

Se hai seguito questo incontro con il Capo, ma non sei entrato nel ristorante, leggi qui.

Se sei finito per caso su questa pagina, ma non sai di che cosa si tratti, puoi leggerlo qui.

Questa storia è stata pubblicata una volta a settimana da ottobre 2018 ad ottobre 2019 ed è stata pubblicata nel libro omonimo, Anime vive. Tutti i diritti sulla storia e relative traduzioni sono riservati da Flyingstories e nella persona di Daniele Frau.


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