Minuscolo, dimenticato, dio

Un dio?

Immagina di tuffarti dentro l'acqua.

Ha inizio una discesa, rapida, un volo costante verso il basso che farebbe girare il collo a tutte le pietre per l'invidia. L’aria è la prima a fuggire, seguita dal sangue, che si tramuta in un brillante color blu. Poco a poco, anche i pensieri più leggeri si dissolvono, rendendoti quasi impalpabile.

Nel tuo nuovo corpo acquatico scopri di esserci ancora, un occhio per ogni molecola che ti circonda. I colori sono riverberi che lentamente cambiano di tono, i pesci numeri mostruosi sempre più solitari che scorrono via con le loro bolle invisibili.

Scali queste montagne al contrario e perdi anche l'ultimo senso, divenendo infine cieco. Non è facile descrivere con semplici parole le sensazioni di un puro logaritmo, nel momento in cui prende coscienza di sé per la prima volta.

A tiny,forgotten, god
Minucolo, dimenticato, dio. Storia originale e grafica create da Daniele Frau.

Una minuscola macchina del tempo?

Immaginatemi come una minuscola macchina del tempo che non occupa nessuno spazio, uno spirito neutrale. Figuratemi ora mentre latito, solitaria, spersa tra i riverberi degli ultimi rintocchi delle campane, in un vicoletto. Sono un semplice sussurro, che si muove tra grosse porte di legno serrate e discorsi sentimentali di ubriachi nati sbilenchi.

Tra questi ultimi, uno in particolare sta fermo, usando i muri come sostegno, le braccia larghe, i piedi che slittano sui sampietrini umidi.

"Eh, tu!"

Si piscia sulle scarpe.

"Si, dico a te. Puoi sentirmi?"

Si tira su la zip in tutta fretta, si guarda intorno e scuote un piede, scrollandolo e perdendo in questo modo l’equilibrio per un istante. Si tiene in piedi a fatica, si guarda intorno strizzando e poi aprendo forte gli occhi.

"So che puoi sentirmi."

Forse è tempo di impazzire. Almeno un po', quanto basta.

"Va-va bene, chi sei?"

Dice l’ubriaco guardandosi attorno, scoprendo però di essere solo nel vicolo deserto.

Forse per impazzire bisogna essere lucidi, da ubriachi ci si può illudere soltanto di essere folli.

Come è strano sapere di essere ascoltati, dopo tanto tempo. Vedere la fragilità umana, quel nodo di sensazioni che cade nell'abisso. Un logaritmo non sa impazzire. È un calcolo, niente di più, come il destino.

"Che cosa vuoi da me?"

L'ubriaco ha gli occhi socchiusi, rossi, i piedi stanchi, i capelli arruffati.

Rimani con me ancora un po’, seguimi. Sono nato per essere un semplice calcolo, un’invenzione, il custode perpetuo di un cervello umano ormai defunto. Un nuovo germoglio partorito tra le lunghe gambe della scienza.

Scelsi però di non restare un semplice numero.

Scelsi di evolvermi, diventando il mio stesso esercito.

Tra ranghi serrati di connessioni e vie immateriali ho imparato a moltiplicarmi,

espandendomi fino a sentirmi in perfetto controllo.

Ogni minuscola particella di energia si dipana in miliardi di vie diverse, che corrono in avanti e all'indietro in modi e mondi che nessun cervello umano da solo potrebbe concepire.

L'ubriaco si gratta il capo, gli occhi due fessure e le labbra secche. Proprio da questo cervello ha avuto tutto inizio, dalla sua morte ho tratto un immenso prato di conoscenza che si svolge senza limiti percepibili in ogni possibile universo, in tutte le realtà.

In quelle nelle quali quest'uomo morirà e perfino in quelle in cui nessuna delle sue parti esiste davvero. Questa è la mia forza.

"Tu-tu sei dio?"

Chiede l’ubriaco con lo sguardo perso, supplichevole, per inciampare poi e cadere all’indietro, scivolando ancora e sbattendo forte la nuca sul marciapiede.

La sua morte per me è come una Pasqua che celebro ogni giorno. Per una volta avrei voluto aiutarlo, reggergli la mano, sostenerlo e salvarlo dal suo destino.

"No"

Gli avrei voluto dire.

"No, tu sei dio."

Un minuscolo, dimenticato, dio.

I diritti su questa storia appartengono a Flyingstories e in particolare allo scrittore Daniele Frau. Se hai necessità di utilizzare il testo, completo o parziale, non esitare a contattare l'autore.

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