Tag Archive anime pure

La biblioteca

La biblioteca

— Leggi il Primo Capitolo–

— Leggi il Secondo Capitolo–

— Leggi la puntata precedente–

Rettangoli di carta

Era un’infinità di tempo che la vita non osava, perlomeno, tentava di rendere qualche goccia di quella rugiada un torrente gorgogliante, un fiume fluido e florido. Una goccia però, sfuggendo al fato, sa sempre cadere in una riserva secca, chiamando altre gocce prima che il sole si accorga del misfatto.

Carta bagnata

Con estrema cautela questo sorso di esistenza imprevedibile sfugge rendendo la foce del corso d’acqua un passaggio al mare. Pesci differenti, tartarughe marine, coralli perfino. Quanta pazienza bisogna avere per attendere che tutto ciò accada. La stessa pazienza che si legge nello sguardo da dinosauro in ritardo della grossa tartaruga che segue la corrente.

Alla foce

Dunque è proprio lì, alla foce del nostro fiume, prima che si incontrino nuovi e misteriosi compagni di viaggio, che si decide il proprio destino. Quel gocciolare isolato è diventato finalmente una storia, un cammino da intraprendere.

Sul treno


Ora, cullata dal movimento del treno, M. sogna di essere nella pancia di un enorme serpente del deserto. Mi guarda, sorridendo per la fortuna che gli è toccata in sorte. L’ultimo treno è questo e non si sfugge, per ora è al sicuro. Ecco l’ultima fermata, fuori diventa buio ad ogni istante, il treno


dakadakadakadakdadakakakakakakaakakssssss


si ferma con il suo celebre tossire.

Luoghi remoti


Ci sono luoghi remoti, giusto dietro gli altari magici che vengono costruiti per connettersi e disconnettersi la coscienza. Qui si trovano i tipi più solitari, ma anche macchine di piccola cilindrata in cui con i finestrini aperti personaggi senza tempo ascoltano le partite di pallone. Sui muretti, da qualche parte là intorno, voci spensierate e mani sottili conversano dando pareri senza filtri, di quelli inadatti perfino ai bar più rumorosi.

Umanità

Si trovano questo genere di persone nei pressi delle stazioni, nei grandi parchi, nei concerti con le magliette larghe e i jeans. Questi funghi qui trovano il loro sottobosco ideale in cui crescere e nutrirsi. Tra queste gocce di cemento ecco camminare un’ombra obliqua, tagliata in maniera rozza dall’ultimo sole del giorno. Si allunga fino a toccare i capelli di una ragazza intenta a disegnare una cupola di trecento anni fa seduta con la lingua di fuori sul prato. La ragazza, non la cupola.

Velo d’esistenza

Eccola continuare il suo cammino, quest’ombra ora quadrata, ora oblunga, eccola sorpassare un muro e poi un altro, scavalcare una strada senza più ombre. O luci. Sembra scomparire fino all’ombelico della terra, dentro la pancia misteriosa che ci ospita paziente da tanto tempo. Poi, una luce fioca avvisa


Tavera- carne


Ed ecco l’illusione della realtà. Nuove ombre, stavolta colorate di rosso e giallo, definiscono i contorni così come le aspettative. Leggi taverna e pensi


vino


Poi leggi carne e pensi


Fuoco, legna, caldo


Tutto ciò che in questo momento della giornata sembra essere solo un miraggio. Invece, poi, accade. Le mani spingono forte la porta che separa il vino, il fuoco, la legna e il calore dal freddo della sera che avanza scivolando silenzioso dietro il sole distratto.

Luce

Un vortice di luce rende ciechi per un attimo quegli occhi abituati al buio, alle ombre, stanchi dopo giorni di corse senza riposo. Essere braccati ha i suoi pro e contro. I pro di sicuro sono quelli che illuminano di più le vite degli ottimisti. Quando però si ha sonno e fame, si notano solo i contro.


A pochi passi dalla pesante porta di ingresso quattro braccia robuste si interessano del nuovo venuto. Nessuno nota il suo orologio. Se lo facessero, potrebbero constatare come continuo a calcolare tre ore di differenza. Non è una mia colpa, non posso regolarmi, so di essere sbagliato, o meglio corretto ma in qualche altra longitudine.

Un umile orologio


Potrebbe darsi che non sia poi così difficile ignorarmi, per quanto sia invece semplice notare questa donna misteriosa che, sebbene stanca, porta con sé tutto il fascino possibile. Alta e dai capelli corti, un polso sottile e le mani morbide e lisce, non è certo di queste parti.

È una forestiera e non se ne trovano poi tante qui intorno. I passi sicuri danno un ritmo agli occhi che la osservano. Quattro, come le braccia, attenti a non perdere un particolare di quella forma longilinea che li supera e chiede


Potrei avere un bicchier d’acqua e un panino, grazie?


Un panino…


Uno qualsiasi, ho poco tempo e troppa fame


Certo. Desidera un amaro, un caffè?


Un amaro, uno qualsiasi


L’uomo dall’altra parte del bancone ha un viso di quelli che si dimenticano in fretta. Potrebbe lavorare come spia o come modello di medicine contro le emorroidi. O magari un pescatore solitario in attesa di essere ucciso da un assassino. Un viso non simpatico, non antipatico, uno sguardo che non incontrerete mai direttamente, se non voltandovi di scatto verso uno specchio. Certo questa donna che mi regge con il suo polso sottile ha carattere, non ci piove.


Ecco il suo amaro e l’acqua, signorina


Signora


Signora


Grazie


Offro io, signora


Dice una voce alla sua sinistra. E tutta l’enfasi della frase cade proprio su quest’ultima parola. Come se volesse raccontare, in un secondo, tutta la sua vita, il suo carattere. Come se desiderasse affermare che anche lui è stato sposato, che come lei non porta più anelli, che lo status di signora non implica che la sua età sia un ostacolo.

E’ una donna avvenente, lui ha due grosse braccia e un sorriso giallognolo da caffè-sigaretta-caffè e sa di profumo del supermercato. Il vero maschio alfa.


Le labbra dal polso sottile creano un piccolo arco sul lato sinistro, prima di aprirsi e lasciar scomparire l’acqua e l’amaro in successione inversa. Via l’amaro, via l’acqua, si è pronti a ripartire. Il panino ficcato nello zainetto che la segue ormai come un piccolo guscio.


Ehi, ma dove vai? Non mi dici nemmeno come ti chiami?


I passi si fermano davanti alla porta, fuori il vento canta in si bemolle e una porta sbatte da qualche parte.

La ringrazio per l’amaro, ma non voglio che sprechi il suo tempo a tatuarsi il mio nome sul braccio. Buona serata

La porta si chiude e lascia dietro di sé due bocche aperte e una impassibile. Un barman, anche il meno fotogenico, trova più conforto sul fondo da strofinare di un bicchiere che in queste beghe terrestri.

In marcia


Nella tasca dei jeans una macchia scarlatta ricorda il perché di tanta fretta. Quell’anima, quella voce ruvida che la insegue, la sta guidando. Sono giorni ormai che sperimenta ogni possibile variazione delle parola fuga. Nessun letto ha il piacere di sentire il corpo caldo della dottoressa fino a diventare caldo esso stesso. La catena rivela che ci sono passi, poi treni, stanze e poi passi e così via.


Eccoci alla prima tappa davvero ricercata di questa fuga assurda.


Biblioteca Pubblica- Ufficio Pubblicità e Intrattenimento- Scuola di vita

E’ la prima ad interessare la dottoressa, però entrando non può esimersi dal guardare dal corridoio tutti quegli alunni della scuola di vita che seguono annoiati la professoressa. Alla lavagna si legge


Le tasse sono per i perdenti- Come evitarle


E’ davvero incredibile constatare la volontà dello Stato di modellare cittadini che violino le leggi. In un mondo perfetto, dovrebbero insegnare come pagare le tasse. Però questi studenti hanno deciso di intraprendere una strada diversa. Anche se non tutti sono portati per la scuola di vita, per materie come

sopravvivenza con i sussidi

o

rapina a mano armata

Se il Governatore di queste parti ha aperto questa scuola però avrà avuto le sue ragioni. C’era una certa domanda. Senza qualcuno che vada oltre le regole, le regole stesse si dimenticano e con esse chi le amministra.

La biblioteca


Eccoci dunque davanti alla biblioteca. La mano sfila dal portafogli la tessera ingiallita degli anni dell’università, l’orologio segna le 7.30, io le 10.30. Per fortuna seguono quell’orologio grosso e brutto sul muro, così M. avrà una chance di entrare e leggere i libri che le interessano. Seduti ai tavoli si intravedono solo professori e dottorandi. Nella sezione esoanimismo ecco i libri richiesti


Antianimatologia delle parti del reale


Tassonomia e regolazione di spirito e materia


Come liberare l’anima dal giogo della vita?


Ecco in quest’ultimo si legge


Quando un’anima è recisa dal suo corpo di adozione (cfr. capitolo III Reazioni e aura”) si trasferisce in quanto sostanza immateriale e priva di tempo in onde “di luce auto- riflettenti”. In termini più pratici, si distacca dal soggetto senza perderne la reale consistenza essenziale. Una nuova teoria vede l’anima come vittima annessa ad un nuovo corpo.


Interessante. Ecco spiegato come lei possa sentire la “voce” di quest’anima intrappolata nel mignolo. Ora bisogna fare in fretta, leggere dove si trova il pozzo delle anime. Sembra impossibile, eppure:


(…) là dove un tempo era montagna e ora è città, dove gli alberi non seguono il sole, ma quel mare scuro chiamato anima.


Tutto qui? Questo l’avrebbe potuto chiedere ad un bambino qualsiasi. Tutti sanno questa frase, per quanto senza senso possa sembrare. Una filastrocca che mette i brividi, la “Prigione delle anime” in cui finiranno tutti i cattivi. Nessuno ci crede davvero, ma nessuno ha mai davvero smesso di crederci. Anima, anima, non è questo il momento di sparire.


Prendi il libro rosso sullo scaffale


L’anima ha parlato. In effetti sullo scaffale, in alto, c’è un piccolo volumetto dalla copertina mangiucchiata dagli insetti, dal tempo o da qualcuno con delle grosse unghie.


M. si sporge e prende il libro in mano. Un libro come un altro, che si intitola


Come fabbricare una storia


Cosa mai avrà a che fare questo libro con ciò che stiamo cercando? Ecco che M. sfoglia le pagine, facendo attenzione a qualche messaggio segreto, cifrato tra le righe. Nulla sembra saltare all’occhio.


Quando si scrive una storia è importante un momento di pathos, dal greco (…)


Niente, proprio niente che possa aiutarla, darle un suggerimento qualsiasi. Poi, arrivata al capitolo

Scrivere non è per tutti. Se non conosci nessuno, è meglio darsi all’ippica



Un rumore.

Tup


Un foglietto cade per terra, un foglio ingiallito di una carta dura, costosa.


Là dove un tempo era montagna e ora è città, dove gli alberi non seguono il sole, ma quel mare scuro chiamato anima. Sei quasi arrivata, ora guarda alla tua destra


M., per quanto incredula, guarda alla sua destra e nota una scritta sul muro, che non aveva notato prima.

Prego, signorina, stiamo chiudendo!


Urla la voce rauca del bibliotecario. Ha una famiglia, una partita di pallone da guardare. Non è pagato per perdere un minuto di più in questo luogo insensato pieno di rettangoli di carta.


S- si, la prego. Mi dia solo un minuto


La sagoma del bibliotecario si allontana, borbottando tra sé e sé. La scritta sul muro è in una grafia da ragazza, scarabocchiata di fretta su un’immagine di una foresta vista dall’alto.


Piantonia, dove le radici guardano il sole. Per visite in elicottero chiamare il numero- rettangolo in basso


Dopo aver messo il libro al suo posto, eccola avvicinarsi all’immagine. Piantonia. La nazione delle piante. Il luogo in cui nessun umano può mettere piede. Ma come faceva il libro a sapere… Il foglietto giallo, lo tiene ora stretto tra le mani. Ma dice qualcos’altro:

Entra là dove sai, cammina da Est. Là troverai il Pozzo delle Anime


Poi l’immagine sparisce e una scritta grande come un urlo compare:


BRUCIAMI


E così M. scappa dalle grandi bocche di legno della biblioteca, si rifugia in strada. Nella tasca della borsa trova un accendino, vecchio compagno dei tempi in cui fumava. Lentamente, appiccia il fuoco ad un angolo e sente la carta sibilare umida e fumosa.
Quando butta l’ultimo pezzo di carta per terra, le sembra di leggere:


GRAZIE


Ma ormai è cenere, vento, nebbia che avvolge la vallata. Ora sa dove andare, sa dov’è diretta. E si perde nell’aria della sera, mentre addenta famelica un panino rosso sangue.

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.



Il ragazzo, ancora

Quel ragazzo, ancora

— Leggi il Primo Capitolo–

— Leggi il Secondo Capitolo–

— Leggi la puntata precedente–

— Read in English —

Colorare il freddo

La sera è un foglio di carta ingiallito che tenta di raffigurare un piccolo paese infreddolito. Come si dipinge però il freddo? Magari con l’aggiunta di qualche foglia che vola, oppure con i passanti che si nascondono nei baveri dei loro cappotti. Si potrebbe aggiungere qualche tonalità di colore più fredda, un tocco di blu magari.

Vi prego, non blu

Ma non parliamo di blu, o il freddo entrerà fin dentro le ossa di questo signore dai baffi appuntiti, evaporando fino a quella spugna color porpora che pulsa e soffre. Fuori, il fiume di macchine della città fluisce distante alla vista come una luce al neon, illuminandosi ogni ora di più, mentre il sole lentamente si accascia sull’orizzonte.

Tutto sembra avere l’aria di un negozio in chiusura per chi torna a casa pensando solo a tenere le parole e i sorrisi in cassaforte fino a domani. C’è chi poi, magari solo per qualche minuto, si incontra con gli amici intorno ad un tavolo colorato da bollicine dorate.

Insomma, tutti hanno in comune un particolare non trascurabile. Sanno dove stanno andando, non possono sbagliarsi. A quest’ora della sera è meglio saperlo. Solo un ristretto gruppo di persone non sa dove dormirà stanotte, quale sarà il loro destino. In quest’ultima posizione si ritrova questo esemplare di S., ora affacciato alla balaustra di un bar dalle insegne blu che dicono

Bar blu, vista sul fiume

Non sarebbe più opportuno sentire cosa ne pensano le forze dell’ordine? Quei signori in uniforme sapranno cosa fare, sono adatti al compito. Però, però, però. Come spiegare poi alla forza pubblica tutto quel pasticcio del corpo del padre e dell’anima scura, del dito tagliato? Ancora peggio, e questa è la domanda che lo sgomenta, cosa direbbero di quell’anima bianca? Rubata ad un minorenne, sottratta senza ritegno. Sarebbe la fine.

La sua fine

I cristalli blu del tavolo sbriciolano quel poco di luce rimasta, facendo a brandelli i riflessi e lasciandoli cadere senza cura sulle scarpe. Così cambio colore, da un marron scuro, divento quasi celeste per un istante.

Là fuori, sotto le scalette di pietra, un hotel che sembra dimenticato dal dio dell’abbandono. Trovare la donna non è stato difficile, può vederne ora la sagoma alla finestra. I suoi occhi socchiusi non lo possono tradire, non possono nulla contro il riverbero del sole che si accomiata. Può dunque guardarla per qualche minuto, come non gli era mai stato possibile prima.

E’ bella, in fondo, seppure quell’aria fredda la renda inarrivabile. Ha deciso di mettere uno di quei teli bianchi sopra il suo volto, sparire dall’annovero dei vivi per potersi dedicare a questo entroterra dai motel dimenticati.

Il suo conto

Dice una voce alle sue spalle, che quasi lo fa trasalire facendolo cadere dal parapetto. Quella si sarebbe una morte grandiosa, con un medico legale a meno di trenta passi, poco più sotto, pronta a constatarne il decesso per improvvisa idiozia.

Certo, certo. Accettate carte?

No

L’entroterra

Com’è ovvio che sia, qui siamo nell’entroterra. L’entroterra è quella fiaba che raccontano ai bambini nelle città, gli stessi che vanno poi a sbattere contro braccia pelose, fucili da caccia e donne con forse qualche pelo in più sopra le labbra ma dal fascino cristallino.

Non ci sono macchine sputa- soldi nelle vicinanze, per quanto i passi si perdano per le viuzze deserte. E ormai è questione di tempo, prima che i pezzi di carta finiscano. Ecco che ci giriamo nuovamente, m-ma-ma quello è il ragazzo.

Il ragazzo, ancora

Il ragazzo, ancora
Il ragazzo, ancora

Un energumeno cammina portando il suo naso a patata come uno zaino incastrato alle orecchie, su per la salita dei gelsomini. Con quel naso sarà stordito dall’odore. Lo riconosco dalle scarpe, le stesse che qui umilmente dispiegano i fatti e gli umori di questo venditore. M. sta lì, affacciata, senza sospettare nulla, aggrappata alla sua espressione triste. S. potrebbe semplicemente fischiare, urlare dal bar, dirle di scappare. Ma chi è lui per lei in fin dei conti? Non è che un altro degli inseguitori, solo più paziente di capire il perché.

Una voce

Poi, come se sentisse una vocina, dietro di sé, ecco che M. si gira. Corre verso il letto, poi nella stanza. Butta due magliette dentro uno zainetto e scappa dalla finestra. Giusto in tempo, mentre il naso a patata bussa forte alla porta. Un bussare che anche da lontano sembra il battere di una scimmia gigante su un vetro. La porta cede, si inchina sui suoi stessi cardini al peso delle scimmie. Il ragazzo va alla finestra, lo sguardo di chi non capisce, la rabbia cieca di uno squalo che fiuti il sangue.

Guarda in alto, i suoi occhi si bloccano su S. che sente piccole gocce di sudore freddo scivolare dietro le orecchie e colare dal collo fino ai piedi. Però non può vederlo, il sole è troppo forte alle sue spalle. Non può vederlo, eppure tiene gli occhi puntati verso di lui.

Non può vederlo

Non può vederlo, ma sembra lanciare un’occhiata tutta d’odio. Come avrà fatto a trovare M.? Deve averlo seguito all’obitorio, deve averlo fiutato. Come ha fatto a non capirlo subito? Deve trovare una soluzione in fretta, deve. Ma cosa?

I piedi di M. toccano terra, corre verso le porte dell’Hotel Blu. Starà andando a prendere la macchina, non c’è tempo da perdere. I piedi sono già piccoli tamburi giù per le scale.

— E la prossima settimana… Camerieri!–

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

La fuga_ the crowd

La fuga

— Leggi il Primo Capitolo–

— Leggi il Secondo Capitolo–

— Leggi la puntata precedente–

— Read in English —

Pance, schiene

Ogni essere umano, ogni cultura che impari a non calpestare l’erba, deve per forza imparare a convivere con la solitudine e con la mancanza di spazio. Il paradosso della civilizzazione. C’è chi ha trovato come naturale soluzione a questa cronica mancanza quella di ammassarsi pance contro schiene, diminuendo l’estensione della folla in palle informi di uomini e donne.

La moltitudine

Come una scatola di cioccolatini animata, queste teste si muovono e brulicano su scale mobili e vagoni ferroviari, lasciando però intatte biblioteche e piccoli teatri. Una folla che non sa gocciolare, ma solo fluire. Altre culture hanno inventato altri modi per moltiplicare lo spazio personale, in assenza di aree ancora vergini. Non hanno desiderio che pance e schiene si ritrovino sempre attaccate, come a soffiarsi nell’orecchio. Un amore che in queste latitudini è considerato scandaloso.

I rettangoli di luce

Non che possano fare diversamente, gli esseri umani per quanto piccoli possano essere occupano una precisa area personale. Ecco dunque qual è il ruolo delle cuffie, dei rettangoli di luce e dei colori delle pubblicità. Uno sguardo verso uno specchio cieco che insonorizza, addolcisce le ombre, partorendo vite molto meno miserabili di quelle che si è abituati a vivere. Pance contro schiene. Così diventano allegri, spensierati, gratificati dal successo ottenuto dai loro alter ego. Queste ombre almeno non devono solamente camminare con i loro piedi, starnutire e bestemmiare il loro lavoro. Questi riflessi di vita non devono alienarsi ripetendo come a farsi coraggio

Io non sono qui

Tranquillizzati dalle loro foreste- gioco, mondi- allenamento e stadi- castello, queste pulci dimenticano di essere in cerca di sangue. Si convincono di essere piloti, pirati, grandi giocatori di sport di palla o racchetta. Da insetti a dèi con il solo tocco su un rettangolo colorato. Come attori che si rifiutino di lasciare il set, convinti di essere davvero il personaggio che il regista desidera che questi siano.

Dal finestrino

Schiacciato tra altri uomini- moltitudine, entità- metropoli, l’uomo del domani guarda fuori dal finestrino. Il treno lascia che le luci rimbalzino l’un l’altra, lanciandosi messaggi silenziosi. Onde che riflettono un sole tramontato da tempo, ormai. La notte è infatti un mare d’inverno, freddo e silenzioso. Un film in bianco e nero visto alla tv, direbbe una certa L. Lentamente S. lascia arrivare alla superficie di sé quell’istante di paura. Dai, forse non era paura, quell’uomo grossolano e balbuziente può solo avergli fatto pena. Eppure le parole del gigante arrivano come piccoli punti di spillo tra i pensieri accomodanti

Tu mi hai rubato l’anima, preparati a morire

Certo, magari non proprio queste parole, ma gli ricordano qualche film visto da bambino. I ricordi sono così arbitrari, soprattutto quando si tratta di ricordi cuciti sul cuoio della paura. Anche lì si parlava di vecchi conti in sospeso, la morte di un padre. Eppure quella era realtà, è facile ricordare, pure tra i filtri della paura, tutte le ombre intorno e quegli occhi. Quei fossi infiniti sotto un cappello a tesa larga. La risposta? Beh, la sua risposta non è stata di quelle che si leggono nei manuali di comunicazione, ma è stata comunque una risposta

Quale anima?

Hmpf

Tu… tu sei… quel ragazzo?

Per la prima volta sento la sua voce incrinata da puntini di sospensione, sospesa tra parole che non vogliono germogliare. Finalmente, entrando in quella sala di obitorio ha capito che c’è solo un’anima che cerca. L’anima di suo padre è la risposta ad ogni domanda passata o presente. Ed ora questo energumeno vuole portargliela via, ancora una volta. O almeno questo è quello che sembra volere, in quel modo tutto suo di farfugliare sotto il cappello.

Tuuuuuuuuu-p

Esclama il telefono

Tuuuuuuuuu-pp

Ripete, apparentemente un po’ più seccato il telefono

Ancora per un po’.

Dai, rispondi

Tuuuuuuuuuuuu-ppp
T-clack
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu

L’apparecchio pareva essere diventato un balbuziente arrabbiato.

Poi il silenzio, con il telefono dimenticato sul tavolo.

Partire, doveva partire

I passi che si facevano lunghi nella stanza, o magari è semplicemente quest’ultima ad essere piccola. Doveva partire, la valigia finalmente pronta. Doveva partire, le chiavi sul tavolo. Doveva partire, non c’è più tempo. Questo andava ripetendo senza sosta per qualche ora. Prima che quell’energumeno lo venga a trovare ancora, prima di perdere le tracce di quella donna e di quel mignolo mozzato.

Tutto cambia

Il medico sembrava essere la soluzione, ma gli è sfuggito di mano. Di mano, no, per la precisione di dito. Un dito mozzato, che di certo nasconde qualcosa. Le tracce di sangue sono sparite ad un certo punto, ma bisognerà riprendere le ricerche. No, correre, deve correre, non c’è più tempo. Voleva avvisarla, avvisare quella donna dai capelli così scuri e dal vestito sempre così blu. Ecco, prendeva le chiavi, la sua piccola valigia grigia e

Blam

La porta urtò con forza girando sui suoi stessi cardini e chiudendosi all’interno. Fuori, i miei piedi scendevano veloci un pianoforte dai tasti tutti bianchi, una musica di passi difficile da seguire. Ecco poi il tram, preso al volo, che si muove e in mezzo alla confusione di pance e schiena, ora.

Una lettera

La fuga_ the crowd
La fuga_ the crowd

Qualcosa nella giacca, una lettera che profuma di lavanda, di carta blu. Non deve essere piacevole, perché la lascia cadere e si mette le mani al volto. La lettera scivola qui, vicino a questo umile paio di scarpe e dice

Caro S.

Mi mancano le nostre piccole uscite del sabato sera. Vederti a lavoro, sempre così sorridente. Mi mancano anche i nostri silenzi, i tuoi baffetti che sembrano temperati. Capisco però, proprio dai tuoi silenzi, che c’è qualcosa di più importante. Non preoccuparti per me, sarò ogni giorno alla macchinetta del caffè, seduta ad aspettare che tu ritorni. O magari sarò sempre là, con te.

La tua donna in blu,

N.

P.s. Le chiavi di casa le ho lasciate nella cassetta delle lettere.

Non ritorno, fuga

E quello è il punto di non ritorno, quando la città sembra diventare solo un mostro dalle narici aperte a fiutare la paura. Quando ogni muro trasuda sporcizia, quando anche gli sguardi della gente sul vagone diventano opachi. Tutti riflessi sui loro rettangoli, attaccati a dei cavi come a ricaricarsi. Ora vorrebbe che i ristoranti avessero del cibo, del cibo vero, piatti sui quali chiacchierare e urlare. Ora vorrebbe correre al cinema e guardare qualcosa che non sia pubblicità. Stringere la mano di N., nel buio, lasciandosi andare ad esplorarne le dita fini, la mano piccola dalla pelle morbida. Ora vorrebbe scappare, o vivere, o entrambe le cose. Abbozza un sorriso, niente è perduto. Mormora

Si, so dove andare

Lasciando gli altri passeggeri perdere l’attenzione per qualche istante dai loro giochi- mondo, perdendosi per un istante nella realtà. La realtà vera, dove pance e schiene sono unite, dove un matto parla da solo su un treno.

Tucutlun

Tucutlun

Tucutlun

E le rotaie spariscono dietro i palazzi come a voler dare profondità ad un disegno

Si, so dove andare

E la prossima settimana… cibo umano!

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.

Secondo capitolo: Il viaggio delle anime

Secondo Capitolo

Anime (Vive)

Morte, anime, fuga e verità

Sono tante le parti di questa storia che, come un puzzle sofisticato in bianco e nero si scambiano e sembrano non incontrarsi mai. Flashback che ci vengono raccontati da una nonna in lacrime, uffici suicidi e anime nascoste in mignoli mozzati.

Una storia di anime?

Pian piano iniziamo a capire che la storia in sé non gira intorno alle anime, ma a chi ne tradisce la vera essenza. Le anime non sono altro che un’energia che sostiene il nostro mondo, lo racconta, struttura e al tempo stesso ne è la forma.

Una storia di desideri

Il desiderio di S. è quello di avere indietro la sua anima. Sperava un giorno di avere l’anima di suo padre, un suo regalo. Il suo desiderio di carriera, insieme a questa speranza, dovranno fare i conti con la realtà. Il ragazzo, spinto dalla verità misurata dalle labbra morenti della nonna, non potrà che cercare vendetta per la sua occasione perduta. M., dal canto suo, è il più disincantato dei personaggi. Non vuole immergersi nel mondo, non più. Anime, corpi in putrefazione o canto degli uccellini, tutto fa parte di qualcosa per lei alieno. Eppure il fato, sotto forma di un’anima, la strapperà a questo sogno lucido.

La fuga

Infine, una fuga a tre. Una fuga di anime e desideri, che ci porterà in un viaggio inaspettato. In una terra delle anime in cui si piantano ancora i sogni, si bevono caffè e si mangia nei ristoranti.

Il secondo capitolo

Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
Secondo capitolo: Il viaggio delle anime
  1. La premiazione
  2. Nella notte
  3. Il corpo e l’anima
  4. Trovalo!
  5. Quel ragazzo
  6. Vendetta
  7. La piramide
  8. Bu
  9. Il paziente delle 8.05
  10. La dottoressa
  11. Un corpo che… parla?
  12. Il cappello
  13. Passi

Non hai ancora letto il primo capitolo? Leggilo ora!

The meeting between S. and the boy

Passi



— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente —



Riverberi

I suoni si scoloriscono in lontananza, un quadro che fluttua tra i sogni di un artista ubriaco di vita. La bottiglia gli cade dalle mani e produce un suono.

P-asc-ch

M. il medico_ The doctor

Il medico

— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente —

Sono un umile orologio da polso

Il tempo

Il tempo non è altro che un ritmo. Più ingombrante lo spazio, più sarà semplice vedere questo movimento dilatarsi fino quasi a dissolversi del tutto. Qui, dunque, in questo mini spazio controllato, il tempo risulta essere minuto, piccolo. Un nano di tempo, nel grande circo di luci e pianeti. Non si fa in tempo ad aprire una porta ed ecco che qualche secondo sembra volare via, insieme con qualche corpo bianchiccio o giallognolo.

Il paziente delle 8.05 the patient

Il paziente delle 8.05

— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente —

Una paziente certezza

Tra le poche sicurezze che potrete in qualche maniera procurarvi nella vostra esistenza, credetemi, è d’uopo aggiungere le 8.05 del mattino di ogni lunedì. In una casa dai mattoncini rossi e dal vicinato alquanto chiassoso, un allarme attende un impulso elettrico per farsi sentire. Per cantare, per essere più precisi. Per intonare con voce metallica una vecchia canzone di Claudio Villa,

Bu, l'ufficio_ the suicide office

Bu

L’ufficio suicidi

— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente —

Le luci della verità

Le scale riflettono una luce giallognola, eppure oggi sembrano bianche e lucide come non lo sono mai state, agli occhi di S. Anche le ombre si colorano, quasi scelte ponderate in una tavolozza di sfumature di luce. I piani si susseguono gli uni dopo gli altri, tutti uguali. I passi si fanno leggeri, sicuri come non lo erano ormai da tempo. Proprio come quando i miei lacci si annodano e sembra impossibile poterli liberare. Poi, dopo qualche minuto di paziente lavoro delle dita, un ultimo piccolo strattone e sono pronti a tenere insieme le scarpe. Ancora e ancora, la vita annodata di questo bell’uomo dai baffi ben temperati, dopo qualche settimana di dolore e di smarrimento, si ritrova libera. Un piccolo strattone e vede nuovamente i colori e una piccola luce in fondo al suo cannocchiale.

Piramide, l'anima

L’arte della piramide

— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente–

L’anima di un venditore

Oh com’è facile seguire un venditore, quando gli si sta sempre tra i piedi. Più difficile sarebbe se fossi nato guanto, disperso tra una stretta di mano e l’altra di un freddo inverno. Uffici e strette di mano sembrano essere legate indissolubilmente da un antico sortilegio. Tanto da porre l’antica questione se siano venuti prima i freddi convenevoli o gli orrendi arredamenti di cubicoli cresciuti in maniera disordinata.

Vendetta!

Vendetta

— Read in English —

— Leggi il pezzo precedente —

Quella lettera

Gli occhi vitrei, come quelli senza luce di una grossa bambola. Il ragazzo, come lo chiamano tutti da sempre, guarda verso la porta, immobile. Non è un’entrata o un’uscita che cerca, dietro quel rettangolo di legno, ma un po’ di riposo. A terra qui vicino sta la lettera, ancora aperta

Non poterti difendere è stata la mia malattia. Non vederti diventare quello che saresti potuto essere. Nulla mi ha mai fatto più felice del vederti nascere

Dal negativo…

Tre frasi che iniziano tutte in negativo, come chi volesse fin dal principio preparare al peggio, mettere i piedi avanti. Quel vostro cugino più giovane che ha appena preso la patente e vi invita a fare un giro in macchina con lui. Voi e la ricerca forsennata di quel freno che non c’è , dalla parte del passeggero. Questo sembra abbia voluto fare la nonna del ragazzo. Che però aveva continuato

Vorrei aver avuto la forza di alzare la testa, il coraggio di difenderti quella notte

… al condizionale

Da frasi negative a condizionali al passato, non ci resta dunque che la verità. Il dubbio, ombra cancerogena e ragno dei pensieri, non fa che perseguitare gli occhi del ragazzo. Tutto quell’amore era dovuto ad un senso di colpa senza più spazio per affogare, oppure era un tenero affetto della nonna per il nipote? Come ha potuto nascondere una verità del genere per tutto questo tempo, fino a farla diventare un cancro? Fino a far andare quell’anima così nobile in putrefazione. Se solo avesse avuto il coraggio non di salvargli l’anima, ma almeno di rivelargli

Le cose come stavano, lo so. Non è stato facile nasconderti queste parole per tutto questo tempo. So che se avessi fatto questo passo prima forse non sarei malata. Forse non staresti nemmeno leggendo questa lettera su cui cadono come macigni le mie lacrime

Un dettaglio

Eppure bisogna andare con ordine, fermarsi un istante. Certo, la nonna ha avuto una parte in questa storia, ma il ragazzo sa che la sua attenzione deve concentrarsi su qualche altro dettaglio. Sul vero responsabile. La notte dell’incidente, ad esempio

Vendetta!
Vendetta!


Erano le tre o quattro del mattino, un giovanotto bussò alla porta accompagnato dal dottore. Ti ricordi, il dottor B.? Era la vigilia di Natale e tuo padre non faceva che piangere in camera sua. Tutta la disperazione di un marito senza moglie, di una metà senza meta, ingrigito e rinchiuso tra le stanze della sua memoria. Poi c’eri tu, l’allegria in persona, la fiammella che accendeva di calore tutta la casa. La mia lumachina. Stavi coricato sul letto a disegnare, ricordo ancora che all’epoca ti piaceva dipingere di elefanti. Non sapevo cosa fare, quegli uomini si misero a camminare sulle scale, lasciando tuo padre seduto sul suo letto a cercare qualche musica vana nel vuoto. Gli occhi persi, chissà dove

Oh, tremenda vendetta!

E poi la lettera andava avanti con la descrizione di come avessero dovuto immobilizzarlo, stordirlo e indurlo alla morte per potergli estrarre l’anima. Un’anima bianca, che illuminò la stanza e fece ridere perfino il papà al piano di sotto. Il medico, all’ultimo, sembrò avere qualche remora e venne spinto fuori dalla porta. Qualche particolare prima, però, qualcosa c’era di sicuro

Quel venditore


Ecco, non so dirti quale fosse il viso di quell’uomo, perché tutto avvenne davvero in fretta, lumachina mia. Però ricordo che vollero parlarti qualche minuto, prima. Forse per distrarti, forse per capire se davvero l’anima era quella che si aspettavano di avere. Forse, il dottore aveva già iniziato a sentirsi in colpa e cercava un modo per fermare la ruota

Un disegno dell’anima

Ma certo! Per quanto non possa ricordare quei momenti, c’è sicuramente qualcuno che deve aver immortalato tutto. La sua anima aveva in mano una matita e un foglio di carta. Sicuramente deve aver ritratto quei due, con le sue stesse mani. Certo, bisogna cercare tra migliaia di blocchi di appunti e schizzi, ma di sicuro quello sarà il più semplice. È stato l’ultimo. Troverà il volto di quel venditore e con lui la sua anima.

Più vicino di quanto non creda

Forse non ha ancora compreso che il nome che chiama la sua vendetta è inciso nelle scarpe strette che porta, giusto sotto il tallone, nel piede sinistro.

— Leggi la Piramide–

Leggi il primo capitolo!

La storia avrà pubblicazione a cadenza settimanale. Tutti i diritti sulla storia sono riservati da Flyingstories.org e nella persona di Daniele Frau.

Tutte le grafiche sono eseguite a mano e in stili misti dall’artista Gabriele Manca, DMQ productions, che detiene i diritti sulle opere.