La schiavitù

Cry baby, cry Gorèe 2018 Fallou

La schiavitù

leggi l’articolo sull’Isola di Gorèe—

Schiavitù

Nascere senza diritti

Iniziamo da un fatto. Nel 1992 un funzionario della Chiesa Cattolica Romana, diciamo pure il Vicario di Gesù sulla Terra per rimanere sul vago, dice una messa nell’Isola di Gorèe. Questo polacco dai modi così umani dice messa in questa piccola chiesetta e si inginocchia, prima di chiedere scusa per i peccati commessi in nome di Cristo da parte dei missionari cattolici. Cosa dunque possono aver combinato queste persone per essere scomunicate dal Santo Giovanni Paolo II? Cosa può aver mandato su tutte le furie un Papa? Se Mariama Ba fosse viva potrebbe spiegarcelo meglio, ma di lei rimangono solo libri e una delle migliori scuole per giovani donne, proprio su quest’isola magnifica.

Il dovere di ricordare

Nel 1848, poco prima che tante nazioni iniziassero il processo di unificazione, in Senegal veniva finalmente abolita la schiavitù. Per chi non ne fosse al corrente, troppo preso da proclami sulla razza, c’è stato un tempo in cui appartenere ad un gruppo etnico diverso era questione di vita o di morte. Se, come nel libro Armi, acciaio e malattie, si vuole cercare una motivazione storica, va benissimo. Rimane che siamo tutti esseri umani. Oggi nessuno si stupisce giustamente di questa affermazione, ma c’è stato un tempo non troppo lontano (1962 abolizione della schiavitù in Arabia Saudita, 1981 in Mauritania) in cui gli umani si sentivano “superiori”. Andiamo per ordine.

La chiesetta

Dalla chiesetta di Gorèe alla Moschea non passano più di trecento metri, separati da una via che si chiama Via de l’eglise. C’è una chiesa perché i primi conquistatori che misero le loro mani su queste meravigliose terre erano portoghesi, più cattolici di Roma stessa. Questi iniziarono a controllare il territorio e ad acquistare e vendere esseri umani,perpetuando la vecchia idea di schiavitù su scala più ampia. Come hanno fatto? Il metodo più utilizzato era di andare di isola in isola e scambiare un cavallo per 30 esseri umani, oppure una barra di metallo (si, avete letto bene) di 60 cm per 5/6 umani. Più tardi gli spagnoli prima, gli inglesi e i francesi poi occuparono queste terre. Come riuscirono a controllare questo traffico lucroso e insensato? Grazie alla regia neanche tanto nascosta dei preti con base sull’isola. Ecco perché il Papa volle venire proprio su quest’isola, simbolo della follia umana del predicare bene e razzolare malissimo.

Le case

In 312 anni di schiavitù sono state costruite sull’isola 28 case per schiavi, senza contare le case non registrate. La schiavitù era un commercio estremamente ricco e prosperava come visto anche grazie al beneplacito degli ecclesiastici. Appena si entra in una casa per schiavi non si ha l’impressione di entrare in una prigione. Al contrario. Il mare è di fronte a voi nella scogliera, potete sentire le onde infrangersi spinte dal vento e dalle correnti. Davanti a voi si apre una scalinata che porta ad un piano superiore con un balcone. Sotto, otto stanzette senza finestre eccetto una, che vi faranno pensare siano destinate alle vettovaglie. Ecco, non era esattamente questo l’uso di queste camere.

Il pianterreno- l’Inferno

Gli uomini

La casa degli schiavi, Gorèe

La casa degli schiavi, Gorèe

Le camere che credevo fossero destinate ad alimenti, erano il luogo di soggiorno per gli schiavi, figli di nessuno ammassati come carne da macello. La prima camera sulla sinistra era chiamata la camera del peso. In tempi di schiavitù, gli umani erano pesati come si peserebbero delle carote o del legno. Qui un umano doveva raggiungere 60kg per essere considerato vendibile. Certo, c’era spazio anche per i bambini, ma ne parleremo in seguito. Quando questo esemplare di umano non aveva la compiacenza di raggiungere il peso prestabilito dalla care persone che lo avrebbero dovuto vendere, veniva rinchiuso per tre mesi in una stanza da ingrasso e nutrito a forza con olii vari e “black eyed pea” (fagiolo dall’occhio nero), da cui il nome della band. Se la bilancia segnava 61 kg, il passo successivo erano le due stanze successive. Tre metri per tre, senza finestre, per 15/20 esseri umani. Ho provato un senso di claustrofobia rimanendo all’interno della stanza con altre cinque persone, non oso immaginare l’idea di stare là dentro con altre 15 (e i senegalesi non sono piccoli di statura).

Le donne

Le vergini

Una sorte diversa e per nulla migliore era riservata alle donne. Prima di tutto, cosa definisce una donna? In parte la sua età, in parte il primo ciclo, ma soprattutto la sua appetibilità dal punto di vista sessuale. Qui le donne venivano divise tra vergini e non vergini. Alle vergini veniva riservata la terza stanza a partire dalla porta di entrata. E’ una stanza più grande e con una finestra (sul corridoio interno). Il perché di questa finestra non ha nulla di umano, se mai servisse una precisazione. Il magnifico piano superiore con il balcone, riservato ai ricchi bianchi, aveva infatti un’uscita secondaria giusto dietro la stanza delle vergini ridotte in schiavitù. Non appena messi gli occhi sulla malcapitata, chiamavano la guardia perché la “preparasse”. Come si prepara un tacchino. Spesso la ragazza era troppo forte per essere stuprata da questi balordi meschini personaggi e doveva così essere ammanettata per il loro sollazzo. Devo dire sinceramente che a questa notizia il mio stomaco, che già brontolava, ha iniziato a portarmi vicino ad un conato di vomito. L’ho dovuto trattenere e mi sono scansato un attimo dalla guida. Se fa così male anche solo la descrizione, mi chiedevo, cosa sarebbe stato vivere questa tragedia in presa diretta? Non voglio neanche immaginare una risposta.

Non più vergini

Dopo quell’esperienza orrenda, la donna era pronta per essere buttata con le altre e usata/ abusata e venduta. Se una donna era con un bambino dovevano essere venduti insieme fino al terzo anno di età della creatura. Dopo il terzo anno di età il bimbo veniva considerato vendibile e perciò messo in una cella con gli altri bambini. I bambini erano comunque gli unici senza catene (umanità? No, non c’erano ceppi così piccoli). Se uno schiavo qualunque, uomo donna o bambino fosse trovato malato, la soluzione era di legarlo ad un palo e lanciarlo in mare dagli squali. La decisione di lanciarlo vivo o morto spettava al secondino di turno. Per questo l’isola aveva preso l’appellativo de “l’isola dei pescecani”.

Le altre stanze

Se una delle donna veniva messa incinta da un bianco, prendeva lo status di Signora e il bambino quello di mulatto. Questo status era talmente importante da permettere al futuro adulto mulatto di avere a sua volta schiavi di proprietà e una casa. Insomma, di tagliare le proprie catene e attaccarle a qualche altro umano con la sfortuna di avere entrambi i genitori africani. Per le donne non più vergini, ma non per questo madri di bambini (africani puri o meno), era prevista una stanza adiacente a quella dei bambini. La stanza successiva era però quella più terribile di tutte. Ma andiamo con ordine. Come potete immaginare le punizioni corporali erano all’ordine del giorno, ma dovevano essere limitate per non rovinare la “merce”. La punizione psico- fisica era dunque preferibile dai sub- umani carcerieri.

La stanza dell’isolamento

la cellula dei recalcitranti, Gorèe

la cellula dei recalcitranti, Gorèe

La guida dice che, quando Nelson Mandela in persona venne a visitare questa casa per schiavi, volle entrare nella cella d’isolamento e dopo qualche minuto di raccoglimento, uscì con gli occhi rossi. La cella d’isolamento era un buco nel muro, né più né meno, che non permetteva neanche di stare seduti o sdraiati. Il malcapitato, reo di aver trasgredito le regole (le risse erano ovviamente all’ordine del giorno, considerando 15 uomini in tre metri quadri con una pausa per i bisogni personali ogni 24 ore), era lasciato dentro questo buco per un numero di giorni compreso tra uno e cinque. C’era però anche un’altra stanza, più grande ma non meno dolorosa. Questa era definita la Stanza del non ritorno. Dopo una settimana senza pane e acqua, mangiati dalla salsedine e dall’umidità, il proprio destino era di diventare cibo per gli squali. Il malcapitato veniva lasciato libero di gridare e spegnersi in modo tale che gli altri detenuti imparassero la lezione per imitazione.

L’uscita

la porta del non ritorno

la porta del non ritorno

Arriviamo finalmente all’unica porta di uscita dalla casa, che da sul mare. La porta ha qualcosa in comune con la stanza d’isolamento. Veniva chiamata del non ritorno. In questo caso, si aveva una possibilità di sopravvivenza, ma sicuramente nessuna possibilità di tornare a casa. Gli schiavi dovevano passare legati gli uni agli altri un piccolo pontile di legno che veniva issato dalla barca sulla costa. Una guardia davanti e una dietro controllavano che nessuno tentasse il suicidio lanciandosi in mare, sparandolo prima. Una volta saliti sulla barca, il viaggio sarebbe durato dalle 7 alle 16 settimane. Le statistiche del Museo riportano in 20 milioni gli africani deportati come schiavi, di cui 6 milioni morti per i trattamenti e le malattie contratte. E’ stimato un numero superiore quasi del doppio se si contano coloro che sono morti in mare durante la traversata. Che dire? Sicuramente è troppo tardi, forse è insensato chiedere oggi perdono per questo genocidio. Possiamo però fare tesoro di questa terribile inumana esperienza e lavorare ogni giorno perché non si debba ripetere mai più. Perché non si debba più provare disgusto e vomito nel guardare al proprio passato. O al proprio presente.

Daniele Frau

Daniele Frau is a translator and content writer living in Dubai and coming from an amazing Italian island, Sardinia.

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