Schegge di legno e schegge di gatto

L’ultimo sorriso del gatto

Gli scalini sono tasti per tacchi. Quando si scende una scala, i passi sembrano tutti uguali, le gambe non conta quanto siano lunghe o corte. Ciò che conta è il ritmo.

33, 34, 35.

<<Bene, ci siamo.>>

Non c’è mai da stare tranquilli, con una cassa da morto sulle spalle. Si sente sbattere la nuca del defunto, ad ogni angolo, ad ogni giro di pianerottolo. Quando si fa questo lavoro, tutto ciò che bisogna dimenticare è quel corpo, la stella, il personaggio principale, il defunto.

Ora, per chi ha una cassa di noce sulle spalle, tutta l’attenzione deve essere concentrata sugli scalini.

36, 37, 38.

Ogni scalino nasconde una trappola, come lo spartito per un musicista miope.

<<Ancora un piccolo sforzo, ragazzi e ci siamo.>>

Ecco la voce del padrone che bisbiglia da pochi passi, in ansia.

Qualcuno dice che il defunto fosse un trapezista e che sia caduto da sette metri al centro dell’arena. Sceso sulla terra come un angelo, oppure ancora meglio come un gatto, come era più conosciuto.

49, 50, 51.

Là fuori è riunita la famiglia e più in disparte gli amici. Le giacche sono ben sgualcite da ore di macchina, le occhiaie colorate di pianto, i singhiozzi acuti di qualche cavallerizza a rompere il silenzio altrimenti assoluto. A quanto sembra, il vaccino contro la morte non è stato ancora creato.

72, 73, 74.

I problemi nascono sempre qui, agli ultimi scalini. Tuttavia stavolta sembra andare bene, “tutto liscio”, come direbbe un pattinatore. No, liscio no, vi prego. Ruvido, attaccato al suolo.

Manca ancora qualche scalino e il sudore inizia a colare dal naso. Là fuori si intravede uno spicchio di sole, qualche curioso si ferma a guardare, sullo sfondo di un cielo che promette battaglia.

75, 76, 77.

Si dice che non sia stata la caduta ad ucciderlo, ma le risate. Pare che abbia iniziato a ridere, perfino con una gamba piegata in modo innaturale e la testa gonfia che si perdeva rossa, spugnosa, sulla sabbia.

Il gatto ed il suo ultimo sorriso.
Il gatto.

Pare abbia riso, maschera paurosa, mentre tutti lo soccorrevano e qualcuno si faceva il segno della croce con una mano davanti alla bocca. Basta un secondo di ritardo, da un misero ottanta ad un disgraziato ottantuno e manchi la presa. E voli via, Il Gatto al suo ultimo spettacolo.

78, 79, 80.

La porta a vetri è a pochi passi, aperta.

La testa del trapezista sbatte ancora dentro la cassa e stavolta otto mani sudate perdono la presa. Basta un istante, ma è abbastanza perché la bara prenda una traiettoria tutta sua, un balzo originale, un viaggio fuori dalla porta. Dicevano di lui che provava sempre l’impossibile, un gatto sempre appeso a testa in giù, pronto a saltare.

La bara atterra, come un grosso aereo di legno o un albero lucido. Si rovescia davanti agli sguardi inorriditi, al sogghigno dei dispettosi, all’inconsapevolezza dei lenti e dei distratti. Plana, si frange, nodo di schegge e rumore.

Il morto non si vede, ma sulla strada rimangono un grosso cumulo di legno e stagno deforme.

Chi sorride imbarazzato, le mani che saltano sulle bocche come tanti tappi di spumante, chi complica gli sguardi dandosi un’occhiata intorno.

Quando tutto sembra già un racconto, infine, piove. Come un’ultima risata del defunto, la pioggia lava via le schegge e otto braccia raccolgono ciò che resta in un ultimo battesimo.

In alto il sole si ritaglia uno spicchio d’arancia tra le nuvole nere, gagliardo.

Tra schegge di legno e schegge di gatto.

Questa storia è di proprietà di Flyingstories e nella persona di Daniele Frau. Per qualsiasi riproduzione, anche parziale, è necessaria l’autorizzazione dell’autore.

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