Il pastore

Un pastore di cammelli

Durante la quarantena le strade sono vuote, pelli di serpenti innocui. Nei pochi negozi rimasti aperti, uomini sudati si affannano nel produrre piccole piramidi di frutta e cereali, mentre fuori brilla un sole grande come il cielo.

Poco lontano, dietro i grattacieli e le luci della città, se ne vanno a zonzo piccoli gruppi di cammelli semi-selvatici. La sabbia del deserto è immobile, coperta dal caldo tipico di questo diabolico ombelico chiamato Equatore e riparato sotto una sottile striscia d'ombra, sta il pastore. Basso, stempiato e dalla barba incolta, guarda lontano. Dove gli altri vedono solo delle enormi dune di sabbia rossa, lui vede pace. Come tanti altri pastori di cammelli, anche lui viene dallo Yemen ed è pace tutto ciò che non esplode al tocco.

The stranger

Mentre chi può scappa dalla città e si accalca sugli ultimi aerei disponibili, questo pastore semplicemente osserva l'orizzonte.

Le stagioni e le nuvole si spostano lente, il sole brilla e si accascia, ma l'orizzonte non cambia mai. Quella linea immaginaria si moltiplica davanti ai suoi occhi, si curva fino a portarlo a casa. Forse non ci sarà più una casa, ma ci sarà sempre un orizzonte per arrivarci.

Il pastore un tempo ha ricevuto un nome, per quanto non lo ricordi più. Ha pianto, ha riso, si è perfino innamorato. Da troppi anni ormai, però, gli unici amici che gli sono rimasti sono cammelli, bestie benevole che ha imparato ad amare. Certo li odia quando deve lavarli, quando quell'odore di cane bagnato e sporcizia gli entra dentro le vene, sotto le unghie e gli attorciglia lo stomaco. Poi si avvicinano, pronti a leccargli il viso con la lingua ruvida, quasi di carta vetrata. E torna ad amarli.

Il resto non gli compete, l'unico mondo che conosce è questo scorcio di deserto e la macchina che lascia ogni giorno un sacchetto bianco con l'acqua e il cibo. Non sa chi si nasconde dentro la macchina, ma potrebbe essere Zahim, quello che tempo fa gli trovò questo lavoro.

Lo stesso forse che di tanto in tanto gli ruba uno dei cammelli da sotto il naso. Sa che non si tratta di ladri, perché presto o tardi un nuovo piccolo di cammello comparirà poco distante. Allora il pastore si avvicinerà e con l'amore di un padre pulirà quella creatura dalle gambe tremanti.

Non sa dove finiscono i vecchi cammelli, ma sente che non avranno più qualcuno come lui, pronto a lavarli e a giocare con loro, un fratello senza gobbe che farfuglia vecchie litanie. Chissà se avranno nuove dune in cui perdersi e amici con cui giocare. Per un cammello gli uomini sono pupazzi che si muovono senza sosta, mentre la natura è lenta come una montagna, come il lento trasformarsi della terra in deserto.

Arriva la solita macchina, ma stavolta non riparte subito. Un uomo vestito di bianco scende dall'auto e lancia un grido. Uno strillo, un richiamo come se fosse un animale. Ecco che il pastore si alza, un po' incerto. Gli umani lo mettono in soggezione, lo fanno sentire nudo e sporco.

I cammelli lo accettano così com'è, si lavano con lui e gli strofinano la schiena. Sono animali buffi, certo, ma non lo è forse anche lui, quando rimane con quegli occhi in fuori a guardare un orizzonte immaginario?

Ha gli occhi in fuori e lo sguardo vacuo.

Tanto magro, che sembra che gli occhi gli scappino fuori dalle orbite.

Oooooh!

Urla l'uomo dalla macchina.

Poi pronuncia delle parole in una lingua che il pastore non riconosce. Tutti pensano che sia muto o sordo, stupido perfino.

La realtà è che le parole non l'hanno mai aiutato a sopravvivere. Le parole sono problemi, emozioni, suoni provenienti da un passato che sanguina ancora.

Quell'uomo sembra volere proprio lui, il pastore. Non è interessato ai cammelli che gli si affollano intorno, curiosi.

Per il pastore quell'uomo è di un'altra specie e non è curioso di conoscerlo. Sa di cosa sono capaci gli uomini, con tutte quelle preghiere al cielo e le promesse mancate. Sa che potrebbero prenderlo e farlo prigioniero, portarlo via o semplicemente ucciderlo come passatempo. Non è solo, però. Dall'altro lato della macchina esce un altro uomo, molto più piccolo del primo. Il pastore non ricorda la sua immagine, altrimenti vedrebbe il suo riflesso allo specchio, un'immagine più pulita e meno impaurita. Si avvicina piano, per non spaventarlo. Quando il pastore e il suo riflesso sono a pochi passi, il riflesso inizia a parlare. Stavolta sembra che le parole inizino a sciogliersi dall'intreccio, note di una canzone che finalmente prende un senso.

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Il pastore sporge il capo in avanti, come fanno i cammelli quando sono curiosi. Ha capito qualcosa, ma non tutto. Socchiude gli occhi, nello sforzo immane di comprendere una lingua da tempo dimenticata. Una lingua! Ecco cos'è quell'insieme di suoni. Un senso, una magnifica realizzazione, quell'uomo non emette suoni, ma parla.

Come ci si ricorda come parlare?

Si gira a guardare i cammelli, come cercasse un aiuto insperato.

Un imbecille, è un imbecille ti dico, non ci caverai nulla!

Dietro di lui i due uomini continuano a parlare. Da una parte il primo uomo uscito dalla macchina parla a voce alta e gesticola, il grosso orologio da polso che tintinna come una campanella. L'altro lo ignora, lo sguardo fisso negli occhi del pastore. Fa un altro passo e parla ancora, stavolta più lentamente.

Ehi, Salimi. Sono io.

Stavolta tutte le parole sono chiare, iniziano ad avere un senso. Non solo capisce le parole, ma ora sente che c'è qualcosa di ancora più profondo da comprendere. Una realtà, un'identità. Un nome.

Le mani di Salimi.

Il viso di una donna, scura, vecchia bambina, lo tiene in braccio mentre canta e sospira il suo nome.

Le mani di Salimi.

E poi quell'immagine sprofonda dentro il lago scuro della memoria, colori mimetizzati da sensazioni. Musiche, perfino, nascoste in quell'ombra.

<<Salimi!>>

Lo sta chiamando ancora. Il pastore sa di avere un'identità, di essere parte di una corrente, una particella di polvere, di sabbia, di un deserto abitato chiamato umanità.

S-sono io?

Sente rispondere le sue labbra, la sua voce, l'aria dei polmoni che lo ha tradito. Non sa nulla di tutto questo, troppo tempo è passato. Tempo? Lancette, il sole che tramonta.

L'uomo- specchio di fronte al pastore inizia a piangere e ogni lacrima che scende è un movimento delle spalle. Le mani si uniscono tremanti e toccano le labbra. Sensazioni, identità, lingua, tutte insieme in quei gesti, in questo caleidoscopio impossibile da comprendere in un colpo d'occhio. Il pastore fa un passo indietro, inclina il capo come fanno i cammelli quando desiderano difendersi.

Salimi, sono tuo fratello. Non mi riconosci?

La voce del suo riflesso, del piccolo uomo dalla faccia pulita, sembra sincera come i versi di un cammello in amore.

Eppure, gli uomini non sanno comunicare.

No, deve esserci un errore.

Il pastore fa un altro passo indietro, le mani in avanti. Le mani! Si guarda le mani come se fosse la prima volta.

Le mani di Salimi.

Perché continui a tormentarlo? Che cos'altro vuoi da lui?

L'autista parla piano, le mani sono aperte, come fanno i sacerdoti quando invocano gli spiriti benevoli. Come le statue nelle chiese. Questa immagine arriva potente come un abbaglio, un sogno ad occhi aperti che si fa chiamare ricordo. Ma i cammelli sanno sognare?

 Adeebi?

Chiede Salimi, il pastore di cammelli, felice di sapere versi umani, di possedere due lingue.

Una molle, tra i denti, e un'altra forte, salda come le lettere di un alfabeto universale.

I due uomini di fronte a lui si girano, confusi. L'uomo- specchio, il gemello, lo guarda come se fosse la prima volta.

Tu- tu ti ricordi il mio nome?

Chiede puntando un dito verso sé stesso.

Salimi guarda quelle dita e vede una piccola strada da seguire, poi un canyon. E sabbia, tanta sabbia.

Bevi questo!

Gli dicevano mentre lo bastonavano.

Bevi queesto, animale!

Ripetevano ancora, finché perdeva i sensi.

Ubriaco, spugna di sangue e sabbia persa tra le crepe del mondo.

Come è semplice, d'un tratto, diventare un imbecille, un poveraccio.

Come è facile diventare uno zero.

Senza più un nome, un numero in una carovana.

Salimi si gira a guardare indietro e vede tre grossi animali che lo osservano.

Si, sembra incredibile, ma sembrano capire. I loro occhi grandi, buoni, sembrano proprio salutarlo.

Un braccio lo cinge, finché le resistenze non cedono completamente. Un abbraccio, l'atto più umano dopo il sorriso.

Fratello.

Un'altra parola è salita dal pozzo della memoria.

Salgono in macchina, nessuno è più un estraneo.

Dietro di loro, in una nuvola dorata, tre teste si muovono come grosse mani, come per dirgli addio.

O, almeno, così sembra al pastore.

Questa storia appartiene a Flyingstories e nella persona di Daniele Frau. Nel caso in cui voleste utilizzare parte della storia o citarla anche in parte, vi preghiamo di contattare l'autore.

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