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Cry baby, cry Gorèe 2018 Fallou

La schiavitù

leggi l’articolo sull’Isola di Gorèe—

Schiavitù

Nascere senza diritti

Iniziamo da un fatto. Nel 1992 un funzionario della Chiesa Cattolica Romana, diciamo pure il Vicario di Gesù sulla Terra per rimanere sul vago, dice una messa nell’Isola di Gorèe. Questo polacco dai modi così umani dice messa in questa piccola chiesetta e si inginocchia, prima di chiedere scusa per i peccati commessi in nome di Cristo da parte dei missionari cattolici. Cosa dunque possono aver combinato queste persone per essere scomunicate dal Santo Giovanni Paolo II? Cosa può aver mandato su tutte le furie un Papa? Se Mariama Ba fosse viva potrebbe spiegarcelo meglio, ma di lei rimangono solo libri e una delle migliori scuole per giovani donne, proprio su quest’isola magnifica.

The Kiss, Gorèe 2018 Fallou

Isola di Gorèe

Gorèe

Un’isola a due passi da Dakar

Sveglia presto, colazione e via verso una nuova avventura, l’isola di Gorèe. Superato il traffico marziano tipico delle metropoli africane, siamo finalmente alla nostra nave. Qui inizia l’abbordaggio. Si, ma non sono pirati, bensì pacifiche donne di ogni età che si avventano su di noi e direttamente o indirettamente si sentono in dovere di consigliarvi il posto migliore in cui acquistare qualcosa di decente nell’isola. Solo dopo qualche minuto vi rendete conto che per una serie infinita di coincidenze ogni donna condivide lo stesso nome della boutique che sponsorizza. Una ragazza in particolare, Mouna, passa mezz’ora (in pratica tutto il tragitto dal porto di Dakar all’isola) sponsorizzando la meravigliosa boutique Mouna e chiedendomi insistentemente se io sia o meno sposato (a suo modo di vedere, una ragazza senegalese è come un diamante). Dato l’anello al dito, credo sia palese, così si passa a discorsi più formali. E’ decisa a vendermi qualcosa. Qualunque cosa. Più tardi la incontrerò e vedrò il suo negozio, alto un metro e trenta e largo 50 cm, di cui va orgogliosissima. La tenerezza.

Dakar, Senegal

Dakar, Senegal

Senegal

Prima tappa: Dakar

Dakar, capitale del Senegal e città tentacolare di tre milioni di abitanti, di cui un milione nella città e due milioni nella periferia. Tra questi tentacoli si celano numerose particolarità, che rendono la città appetibile per i turisti. Una di queste è la celeberrima Paris- Dakar, anche se ora come ora Dakar rimane solo il nome di copertina, mentre la gara si svolge dall’altra parte del mondo, in Sudamerica.
Il calcio qui ha una discreta tradizione e vi capiterà di vedere nelle strade tantissime persone con le maglie dei calciatori della nazionale dei Leoni. Dakar è simile ad altre città africane che ho avuto modo di visitare, ma più pulita e accogliente. Un flusso di turisti più continuo e una maggiore attenzione alla sicurezza hanno reso il Senegal più facile da visitare. Dunque, la prima notte mi sono sentito abbastanza sicuro da prendere un taxi e addentrarmi nella periferia, sul mare, in un grazioso locale gestito (così ho scoperto solo più tardi) da una simpatica signora Ligure.

Ma cos’è Dakar?

vista dello skytree dal ponte

Tokyo, ultima parte

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Tokyo

L’ultima avventura prima di tornare

Passo tra strade deserte silenziose e colorate di Tokyo, con i tipici cavi scoperti che danzano da una finestra all’altra. Famigliole di ogni religione si muovono all’unisono verso i loro luoghi di culto, mentre io passo in mezzo tutto sudato. Si, io di natura sudo come un labrador, ma qui fa proprio caldo anche senza il pelo lungo. Ieri pioveva, dunque oggi il sole sta tirando su tutte le nuvole possibili dalla terra. E io sto nel mezzo di questo ciclo naturale. L’homo sapiens che suda, una nuova generazione di mostri. Nel bel mezzo di una strada strettissima e lunga come la Tiburtina, sento un suono familiare. Anche in Giappone ci sono bambini che suonano il flauto ad minchiam distruggendo i sogni di tranquillità domenicale dei genitori. Ah, quanti ricordi. Cullato da Astro del Ciel versione giapponese, vedo finalmente apparire la meta del mio peregrinaggio. Il Tokyo Skytree!

Tokyo, una strada stretta per lo Skytree

Tokyo, una strada stretta per lo Skytree

discovering Tokyodiscovering Tokyo

Giappone by night

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Giappone

Sempre più in là

Comunque, stavolta ho una scusante, sono davvero stanco e questa metro sembra avere scritte solo nell’antica lingua del Giappone. E io so di giapponese come i giapponesi di logudorese. Anche se non mi spingerei troppo oltre, perché queste persone sono in grado di sorprenderti. Per esempio non sembrano covare un amore spassionato per l’internazionale lingua inglese. Chiedo informazioni alla prima coppia giapponese che incontro (non so perché ho sottolineato che sono giapponesi, in questa metro sono l’unico dall’aspetto occidentale). Per quanto simpatici e disponibili, questi due simpatici giovani giapponesi conoscono solo tre parole. Per mia fortuna non sono sole cuore e amore. Nell’ordine sono “yes”, “no”, “yes, no”. Quest’ultima espressione, per quanto idiomatica e accompagnata da cenni e sussulti del capo, provoca in me un attacco di ansia condito da una critica all’intero sistema di istruzione giapponese e alla creazione di parcheggi multipiano nell’Eden in virtù della pianta del sapere. Alla mia invocazione sull’entropia interiore e la convivenza con la pace e il rispetto dell’universo, risponde un riflesso di sorriso idiota all’esterno. Funziona! Il mio sorriso idiota attira un terzo passeggero che conosce anche l’espressione inglese “right”, che io prendo come un “you’re right”, ossia “sei dalla parte giusta amico mio, non ti devi proprio preoccupare, sei un una botte di ferro” letteralmente tradotto dall’antico giapponese.

L’antico Giappone

Gran parte del problema di comprensione non è da attribuire tout court alla giovane coppia con la passione per le lingue pari alla mia passione per il banjo. Nasce anche da un problema di fondo: la mia espressione orale in giapponese è alquanto scarsa. La mia pronuncia della stazione di arrivo, Okubo, è quanto più italiana possiate immaginare. Condita da quel non so che di pronuncia alla Holly e Banji che credo mi renda alquanto ridicolo (per non parlare del fatto che non riesco a smettere di inchinarmi quasi completamente ad ogni parola). Comunque i primi tre personaggi alla fine non hanno capito una fava, mi spingono dalla parte sbagliata. Qui incontro dei parlanti di “gestualità compulsiva da manuale di sopravvivenza nella giungla”.

Quel genere di persone che speri sempre di incontrare nei tuoi viaggi all’estero. Non capiscono nulla se usi il cavo orale, ma

Racconti giapponesi

Giappone, arrivo!

Giappone

Tokyo

Ok, pronti, partenza, via!

Si parte da Dubai, ma questo particolare lo possiamo allegramente saltare. Arriviamo al sodo, il Terminal 2 dell’aeroporto Narita. E’ estate e si sente nell’aria. Fa caldo, ma a differenza di altre destinazioni in Asia, riesco a respirare. Mamma, sono in Giappone! Sono atterrato tra la trama di un film sugli alieni e il cassetto ben ordinato e stirato della mia amica Sabrina. Dopo aver ripetuto un numero imprecisato di volte “arigatò” (grazie), inizio a cercare una logica. Il navigatore mi dice di cercare un sottopassaggio chiamato B2F, che sarebbe il secondo piano seminterrato. Fortuna vuole che non solo io riesca a trovare il sottopassaggio, ma che riesca anche a trovare delle persone sorridenti con cui scambiare qualche parola in inglese. Si, in breve cerco di avere qualche indicazione su come acquistare il biglietto. Capisco tutto, tranne come capire l’importo da inserire nella macchinetta per acquistare il biglietto. Un mistero che rimarrà comunque insoluto. Compro il biglietto per Funabashi con destinazione Funabashi station. Sono quasi sicuro che la mia pronuncia di “Funabashi” sia come la pronuncia di un giapponese della parola “trigonometria”, ma comunque il rispetto qui è di casa e nessuno mi fa pesare la mia ignoranza crassa nella lingua giapponese.

Il treno di Tokyio

Tokyo e i treni del futuro

Via, si parte! Il primo viaggio sembra non finire mai. Stanco da una giornata a lavoro e stroncato da dieci ore di volo, mi sento immerso in una realtà diversa. Qui in queste righe la definirò “aliena”, ma non voletemene. La logica è diversa, dai segnali luminosi, al modo di rivolgersi alle persone, fino anche alla disposizione delle scale mobili.

Poi, Tokyo

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